
L’istruzione in Italia non aiuta la mobilità dei ceti più deboli, i professori sono mal pagati e i laureati sono pochi.
Questo è il quadro penoso che emerge per il nostro Paese dal rapporto 2025 sull’educazione dell’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione elo Sviluppo Economico, a cui aderiscono 38 paesi delle economie occidentali più sviluppate.
In Italia solo un giovane su tre tra i 25 e i 34 anni riesce a laurearsi, contro una media Ocse che sfiora il 50%. Peggio di noi c’è solo il Messico. Francia e Spagna superano il 50%, la Germania è al 40%.
Ai pochi laureati in Italia si aggiunge una mobilità sociale ferma: si laurea il 63% dei figli di genitori che già hanno un titolo universitario, mentre appena il 15% dei figli di chi non ha il diploma diventa dottore o ingegnere.
Di conseguenza siamo un paese con un numero assai ridotto di persone che hanno raggiunto il livello massimo degli studi: una condizione che evidentemente ci rende meno preparati all’innovazione e meno competitivi con gli altri.
D’altra parte , da noi la laurea non offre particolari vantaggi. Anche quando si arriva al titolo, in Italia, si guadagna solo un terzo in più di un diplomato, mentre negli altri Paesi Ocse un laureato prende in media una volta e mezzo di più.
Ancor più desolante è la situazione generale dell’istruzione. Il dato più grave riguarda infatti le competenze di base: il 37% degli adulti italiani sa leggere solo testi brevi e semplici, contro una media assai più ridotta, il 27%, dei paesi Ocse.
È una condizione di analfabetismo funzionale che pesa sul lavoro, sulla salute, sulla gestione dei soldi, sulla capacità di informarsi.
Inoltre lo Stato italiano spende poco nell’istruzione. Il nostro Paese impegna solo il 3,9% del Pil in istruzione contro la media Ocse del 4,7% e solo l’1% del Pil in università e ricerca, contro l’1,4% Ocse.
Uno studente universitario italiano “costa” allo Stato 9 mila dollari l’anno, molto meno di uno studente Ocse che medo costa oltre 15 mila.
Gli insegnanti restano penalizzati: una maestra guadagna il 33% in meno rispetto a un laureato con altro impiego mentre la media Ocse si ferma a meno il 17%.
Negli ultimi dieci anni, gli stipendi reali dei docenti primari negli altri Paesi sono cresciuti del 15%, invece in Italia sono scesi del 4,4%.
A fronte di questo disastro del mondo dell’istruzione, frutto di tanti anni di scarsa attenzione e di tagli, il governo Meloni ha messo solo 500 milioni in più da destinare alle aree più fragili del Sud e alle periferie disagiate del Nord. Poco più che un pannicello caldo su di un malato grave che, invece, avrebbe bisogno di ben altri interventi e investimenti.
L’anno scolastico si apre con la novità del divieto di usare il cellulare in classe deciso da Valditara. Un’iniziativa che non ha introdotto nulla di radicalmente nuovo e che riprende una circolare del 2007 del ministro Fioroni.
Il rischio è che prevalga una imposta esclusivamente repressiva che non risolve il problema di un uso educativo e guidato delle nuove tecnologie.
Esperti di pedagogia e innovazione digitale hanno parlato di occasione persa. Invece di limitarsi al divieto, si poteva trasformare il cellulare in strumento di apprendimento, rendendo gli studenti più consapevoli e responsabili.
La scuola deve tornare, insieme alla sanità, al centro dell’impegno della sinistra.
Altro che portare le spese militari al 5% del Pil, come vuole Meloni seguendo i diktat di Trump e della destra europea. Quelle risorse vanno destinate all’istruzione.
La sinistra avanzi questa proposta, per il bene del Paese: la maggioranza degli italiani la sosterrà con convinzione.
Enrico Rossi

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