
Il dolore palestinese è gridato, scenografico, trasformato in simbolo collettivo. Lo si porta in piazza con bandiere, manifestazioni oceaniche, film che diventano denuncia universale, ovazioni infinite in festival che adorano inchinarsi davanti all’icona della vittima. È un dolore che ha imparato a recitare davanti alle telecamere, che si alimenta della ripetizione, che si nutre di slogan già pronti. Ogni lacrima diventa arma, ogni funerale diventa corteo, ogni bambino morto un manifesto. Non è una critica al dolore stesso, che è reale e devastante, ma alla sua gestione mediatica: il dolore palestinese viene convertito in moneta politica, in estetica della sofferenza, in coreografia. Il mondo lo accoglie perché è semplice, immediato, fotogenico. È la tragedia che conferma i pregiudizi di chi guarda. Il dolore israeliano è opposto. Non ha platee, non ha scenografie. È un dolore privato, muto, chiuso nelle case. Non diventa film né manifesto, non ottiene venti minuti di applausi a Venezia. È un dolore che si vergogna a mostrarsi, che non cerca la scena. Le famiglie degli ostaggi, le vittime del 7 ottobre, i ragazzi massacrati al Nova Festival, non hanno mai ricevuto la stessa standing ovation. Il loro lutto resta confinato, percepito come parte di una storia “forte”, quella di Israele che non può chiedere pietà perché è visto solo come potenza. Per questo il dolore israeliano è invisibile: non perché sia minore, ma perché non ha il diritto di essere narrato senza sospetto. Ogni lacrima israeliana è sottoposta a processo politico. I figli partono per Gaza, e i padri partono per difenderli. È così: in Israele non si decide se far vedere il dolore, si fa—silenziosamente, senza enfasi, senza direzione d’orchestra. Giovani volontari si arruolano, spesso senza proclami, e i loro padri restano a battere dentro la casa aspettando di sentire un messaggio, una conferma di vita, o il silenzio. Lo slancio tecnologico, la coscrizione universale, fa sì che lo facciano senza grand guignol: il dolore di chi manda il figlio al fronte resta privato, assoluto, come un respiro strozzato. Non merita flash, è intoccabile. Mentre fuori qualcuno urla “libertà, Palestina”, dentro le famiglie israeliane si riorganizzano in turni di telefonate, preghiere silenti, piombi di assenza. E poi c’è l’infanzia. I bambini palestinesi morti sono tanti, troppi, mostrati fino alla nausea: corpi straziati sotto le macerie, madri che urlano sopra culle di fortuna, sangue filmato in primo piano e rilanciato da tutte le tv. Dolore vero, indiscutibile, ma esibito come un manifesto universale. I bambini israeliani invece restano ombre: chi racconta i fratellini Bibas, rapiti a otto mesi e quattro anni insieme alla madre, trascinati via in pigiama dalle milizie di Hamas? Chi mostra cosa significa vivere mesi nel buio dei tunnel, tra urla e fuoco, per poi morire bruciati vivi? Chi racconta della piccola Emily, portata via da un pigiama party, trovata carbonizzata in un kibbutz? Chi ricorda Kfir, otto mesi, diventato simbolo silenzioso di un dolore che il mondo non vuole vedere? La differenza è questa: i bambini palestinesi sono icone che muovono masse, i bambini israeliani restano nomi sulle pietre, lutti privati che non fanno notizia. Non è una questione di contare i morti, ma di come i morti vengono raccontati. È qui che il mondo mostra il suo squilibrio morale. Non è il dolore a fare la differenza.
Niko Kir

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