Il fatto che il ministro non risultasse, e tuttora non risulta, indagato per le vicende che lo hanno portato alle dimissioni, e che hanno origine da informazioni giornalistiche assunte e propalate da una indagine giudiziaria, merita un approfondimento non cavilloso ma sostanziale.
La questione è di una semplicità disarmante: quei fatti così eclatanti quando e come verranno accertati con completezza? La nostra storia politica recente, purtroppo, è piena di episodi giudiziari con amplificazione mediatica iniziati all’insegna di “prove schiaccianti” e poi conclusi con un buco nell’acqua. Per non andare troppo indietro nel tempo basterà citare il caso Mastella ed il caso Del Turco. Entrambi gli scandali hanno prodotto conseguenze personali e politiche enormi.
Nell’uno e nell’altro caso: crisi del governo, elezioni anticipate e vittoria del fronte politico opposto a quello disarcionato giudiziariamente. Ebbene, in entrambi questi due casi (come in molti altri) alla fine del percorso giudiziario la vicenda ha avuto il seguente epilogo: il castello accusatorio si è sciolto come neve al sole e nessuno ha pagato per errori così grossolani che hanno prodotto conseguenze così gravi. La domanda quindi è semplice: quale sarà il luogo in cui, con garanzie paritarie tra accusa e difesa, verrà accertata la fattuale consistenza del caso Scajola, atteso che non aver indagato il ministro esclude la via giudiziaria?
Non paia una questione di poco conto o di lana caprina. Fino ad oggi gran parte degli osservatori hanno stigmatizzato l’anomalia giustizialista, che si alimenta di processi giornalistici che accompagnano quelli veri che si svolgono nelle aule dei tribunali, e molto spesso li sopraffanno. Il caso Scajola si candida ad un salto di qualità: il processo mediatico che si sostituisce a quello giudiziario e lo rende superfluo. Si tratta di una sorta di processo breve inedito, di cui avvertiamo tutta la pericolosità.
Tommaso Crudeli

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