Possiamo immaginare la fase due dell’emergenza Covid-19 ma non possiamo pensare che sia domani o dopodomani. Tre dati confortanti non fanno una sicurezza generale.
Sono una promessa che va coltivata con i nostri comportamenti di prudenza, responsabilità. In assenza di cure e di vaccino l’unica medicina confermano gli esperti che funziona è stare isolati, lontani dal potenziale contagio, dagli altri, stare in casa. Diciamolo: non è difficile. Eppure c’è molta gente in giro come se tutto fosse quasi superato. Non è così. Non facciamoci illusioni.
Questa emergenza ci impone un cambio di calendario, con nuove date di scadenza, con nuove stagioni dell’anno. Viviamo per fasi e non potrebbe che essere così. Ogni giorno ha e avrà la sua novità e a seconda dell’andamento della curva le comunità dovranno adeguarsi. Messaggio chiave da chiarire subito è questo: nulla sarà immediatamente come prima. Ci vorranno mesi, stagioni, forse anni per la supposta nuova normalità. Ma cos’è a sto punto la normalità?
Ha detto bene ll professor Fabrizio Pregliasco scienziato delle epidemie: dovremo abituarci ad un nuovo modo di avvicinarci. Ecco il nodo del problema. Quando i ricoveri saranno a zero o quasi, quando i morti per fortuna saranno a zero o quasi, quando le guarigioni saranno a numeri stellari rimarrà il problema del contatto con gli asintomatici, con i potenziali contatti a rischio non evidenti.
Sarà un gran lavoro di relazioni quello che ci aspetta nella fase 2. Non dovremo sbagliare, non potremo permetterci errori perché il rischio è il ritorno e la recidiva dicono gli scienziati è dietro l’angolo.
Non bisogna rovinare il grande lavoro che si sta ottenendo in questi giorni in queste settimane con la clausura in casa e con il distanziamento sociale e personale. Quando la fase dell’ospedale e della terapia intensiva sarà finita comincerà la grande fase del territorio e dei servizi sanitari sociali del territorio con una immaginabile grande mappatura delle zone e dei servizi particolarmente sensibili come le case di riposto le residenze protette i luoghi si assistenza e cura e poi i luoghi di lavoro che a quella data saranno tornati parzialmente gradualmente più frequentati.
Quel che è sicuro e che tutti gli scienziati del ramo dicono è che dovremo scordarci gli assembramenti, dovremo scordarci concerti e raduni, tavolate strette e feste vecchia maniera.
Diciamocelo chiaramente: non ci sarà più per un pezzo o forse per sempre la vecchia maniera. Non potremo più permettercela. Dunque la fase due potremo immaginarcela e sarà diversa ma sarà impegnativa come la fase 1, diversamente impattante ma ugualmente responsabilizzante.
Ecco un’altra parola chiave: responsabilità. Ci vuole responsabilità nei gesti quotidiani come nelle scelte di sistema, responsabilità della scelta dello spostamento per l’indifferibile esigenza di salute o di sussistenza o di lavoro, come domani nella scelta di fare o non fare un verto viaggio o una certa azione.
Ricordava sempre il professor Pregliasco l’altro giorno che nel 1918 la Spagnola fece più vittime nella sua seconda ondata, nel ritorno del contagio, che nel primo flusso. Fase 2 come in Cina: magari al ristorante ma a distanza di un metro e più, negli uffici con tante pareti trasparenti e separazioni funzionali, e poi tante tante mascherine. Mi sa che la mascherina ci dovrà accompagnare per parecchio tempo. Diciamo che la fase 2 sarà quella della prudenza allargata, analizzare le placche a rischio del territorio anche selezionando area da area, gruppo da gruppo, ovviamente nel rispetto dei diritti e delle prerogative ma avendo bene in mente che il primo obiettivo è la salute, è la vita.
Dovremo anche abituarci a nuove scadenze: per qualche tempo abbiamo avuto un 3 aprile come obiettivo, adesso spostato al 13 aprile, poi magari ci sarà un’altra data e un’altra fase. Destino ha voluto he questa emergenza pandemica coincidesse in gran parte con la Quaresima che forse non è mai stata così quaresima sociale negli ultimi tempi, almeno dal dopoguerra, che coincidesse con le feste di Pasqua che di solito sono l’inizio delle vacanze e degli spostamenti di massa. Oggi no, questa volta no: Pasqua in casa, riti religiosi in video, celebrazioni di rito con una o due persone a distanza attorno a un altare e poi tanti segni a distanza, tanti vuoti che sono nuovi pieni.
Ci vien da dire, secondo i segnali, che la malattia sarà stata anche lunga dai quindici ai venti giorni da caso a caso e che la convalescenza sarà ancora più lunga e che la riabilitazione sarà ancora più complessa. Qui non si tratta di riabilitare un arto o una regione del corpo qui si tratta di riabilitare un complesso sociale che riguarda l’intero mondo. Una sfida da brividi. Ma l’essere umano pensante e responsabile è capace di affrontare e vincere nuove e vecchie sfide. E mica sarà l’ultima.
Fabrizio Binacchi

Desrizione obiettiva e ragionamento equilibrato su “una sfida da brividi”. Grazie, Binacchi.