Non riesco sinceramente a darmi una risposta riguardo ad una questione che attraversa il mondo femminile e lo divide sia culturalmente che storicamente. Non so se fa più scalpore oggigiorno una donna nuda in copertina o una donna coperta dal velo. Entrambe possono essere considerate delle donne oggetto, altri potrebbero riconoscere in esse il cammino di due culture diametricalmente opposte: la prima che porta ad un’emancipazione ossessiva e ad una libertà di costumi irriverente. L’altra che identifica un atteggiamento di subalternità, ma anche semplicemente di distinzione o, talvolta, di un atto consapevole di ribellione nei confronti di una tendenza che non viene condivisa. Sta succedendo infatti che le figlie musulmane, le ragazze di oggi, indossino il velo contro il volere delle madri, che tanto hanno lottato negli anni Cinquanta e Sessanta per i pantaloni attillati.
Le donne occidentali non stanno raccogliendo i frutti della rivoluzione femminista, non hanno avuto particolari avanzamenti in termini di pari opportunità e assistono allo svilimento della loro immagine, categorizzata sempre più come oggetto di attrazione sessuale. Non voglio addentrarmi nella consueta polemica sulle veline e sui calendari, quella è storia già nota. Mi destano più preoccupazione invece le notizie che si susseguono di ragazze vittime di stupro, ragazze normalissime, incolpevoli e vittime di un vuoto culturale che lascia spazio a quel binomio pericoloso di libertà-permissività. Come se il modo di vestirsi desse adito e ragione a pensieri e azioni perversi.
Sta accadendo invece che, in Europa o in Paesi vicini a noi come Marocco e Tunisia, le adolescenti decidano di indossare volontariamente il velo, in ossequio alle proprie tradizioni, contestando i propri genitori e cercando di differenziarsi dai costumi europei. E’ a mio avviso una reazione di riaffermazione della propria identità contro i tentativi di divieto, che alcuni politici hanno manifestato, verso il velo. Una reazione ancora più comprensibile se si crede di poter proibire di indossare un simbolo identitario senza d’altra parte dire niente a proposito dello sfoggio gratuito di ragazze seminude sia in ambito pubblico ( ad esempio per strada) che nel privato ( per colpa della tv), con ricadute imbarazzanti nei modi di comportarsi delle adolescenti occidentali. Altra questione è quando il velo viene imposto o vietato da autorità politiche. Ma anche questo deve far riflettere sull’importanza e sulla delicatezza dell’argomento, che il dibattito europeo rischia di semplificare pericolosamente e di ridurlo ad una questione di rispetto tra regole occidentali e tradizioni islamiche, quando invece la sua storia va ben più indietro della nascita dello stesso Islam.
Stefano Casati

La questione della moralità. pubblica e privata, il fenomeno del seminudismo( od anche senza semi) ,l’ostentazione o la riservatezza : sono problemi che niente hanno a che fare con la “questione di rispetto tra regole occidentali e tradizioni islamiche “. La “reazione di riaffermazione della propria identità contro i tentativi di divieto” sono pienamente legittime nel proprio ambito storico e culturale; altrimenti il rispetto mi sembra dovuto piuttosto alle tradizioni, usi e costumi di chi ci ospita. Mi chiedo che interesse si abbia a portare questioni tipo “cavallo di Troia” ,confondendo idee ed identità. Non credo infatti alla spontaneità e sincerità di simili insulsaggini.
E poi “in Europa o in Paesi vicini a noi come Marocco e Tunisia “ che vuol dire ?. Quale Europa ? Quella storicamente originaria o quella artatamente estesa anche ai…. predoni ricordati in tradizionali grida di sisalvichipuò ? Mi sembra che la commistione di argomenti operata da moralisti d’accatto non possa ricevere più attenzione di una lettura fugace ; giuste semmai le osservazioni di Chiara Boriosi.
Dubito che si possa difendere la propria identità nascondendosi, non a caso nella nostra lingua esiste un’espressione come “a viso aperto” associata a verbi come parlare, battersi, esprimersi ecc. Non è credibile, nè accettabile, ritenere che ragazze giovani scelgano di indossare il velo per riaffermare la propria dignità di donne. Lo fanno perchè condizionate da una cultura, familiare ed indotta anche dall’esterno, subdolamente basata su un errato concetto di pudore e femminilità. A me può dar fastidio la donna nuda sulla copertina di un giornale, ma questo non mina la mia consapevolezza di persona. Dunque sarebbe il caso di pensare ad una forma di vera educazione alla libertà ed alla consapevolezza di sè da fornire a queste giovani donne, piuttosto che avallare la loro pseudoscelta di coprirsi con un velo. Quanto agli insuccessi del movimento femminista, mi sono espressa nel mio articolo e non mi ripeterò: le donne hanno le loro colpe, gli uomini di più, visto che la difesa strenua di un potere che a volte sconfina nel sopruso è l’unica forma di risposta che hanno saputo dare alle giuste rivendicazioni femminili. Chiara Boriosi.