Potrebbero entrare nelle vostre case. Nelle camere da letto, in cerca del vizietto nascosto tra le lenzuola. Potrebbero origliare le vostre conversazioni telefoniche. Insinuarsi nella vostra vita. Sapere cosa fate, quando, come, dove e perché.
In definitiva, s-p-i-a-r-v-i.
Non si tratta di un racconto apocalittico degno del miglior romanzo di fantapolitica, ma di una realtà che, nonostante ricordi tremendamente gli scenari distopici dell’immaginario orwelliano, fa parte del nostro presente.
Tangentopoli, Calciopoli, Vallettopoli sono neologismi pigri e cacofonici che, oltre a violentare le regole della linguistica, rappresentano realtà tenute insieme da un minimo comune denominatore: la prassi, ormai consolidata, di lavare i panni sporchi in pubblico. Una prassi incivile, lesiva dei diritti delle persone e della dignità umana, che si consuma giornalmente nei salotti televisivi e sulle pagine dei quotidiani adibiti a squallide tribune mediatiche.
Un’abitudine tutta italiana.
Perché se il Papa confonde ancora il potere spirituale con quello temporale, e la religione si atteggia a politica, se la cosa pubblica diventa uno spettacolo televisivo e i politici si comportano come vanesi showman, allora anche la televisione si sente legittimata a sostituirsi alla giustizia.
Così la televisione si trasforma in un Tribunale in cui i giudici sono incarnati da un pubblico affetto da curiosità morbosa e indecente e che si arroga il diritto di sentenziare presuntuosamente sulla vita altrui senza essere in possesso di qualifiche e doti per farlo.
Irresponsabilmente si permette in questo modo che il paragiudiziario mediatico, per l’influenza che esercita sull’opinione pubblica, diventi più importante del lavoro della Magistratura, in un assurdo gioco delle parti a cui ci prestiamo senza essere consapevoli dei rischi a cui siamo esposti.
La privacy è un diritto intoccabile, una conditio sine qua non esiste né libertà nè individualità. La sua violazione consapevole e selvaggia rappresenta un presupposto per l’instaurazione di una forma di tirannia che porterebbe allo sfascio un’intera società mettendo sullo stesso piano vittime e carnefici, insinuando l’idea che l’amministrazione della giustizia sia cosa, non già uguale per tutti, ma alla portata di tutti.
Dunque arbitraria, contingente, modificabile. Tollerante verso l’emissione del giudizio mediatico e collettivo che dichiara tutti colpevoli.
Fino a prova contraria.
Lidia Tagnesi

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