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Il triplice rischio di Giorgia Meloni

Da qui alle elezioni del 2027, Giorgia Meloni, oltre alle mille trappole di un quadro interno e internazionale difficile, dovrà soprattutto superare tre ostacoli che lei stessa ha piazzato sul proprio percorso. C’è innanzitutto la prova referendaria, diventata incerta dopo un inizio che sembrava tranquillo. Secondo ostacolo, subito dopo: le elezioni in Ungheria, a metà aprile. Sta marcando male per la democratura di Orban e qui con lealtà ideologica ma un po’ di incoscienza istituzionale la Premier ha recitato in uno spot di sostegno, in compagnia dei più estremisti esponenti della destra europea. Una contraddizione forte con gli interessi nazionali e con lo stesso metodo Meloni, apprezzato quando è stato pragmatico e rassicurante in materia europea. Infine, il super appuntamento di novembre: le elezioni midterm di Donald Trump, che in un anno ha perso tutte le votazioni e ha fatto risorgere in quasi tutto il mondo avversari in difficoltà.

di Beppe Facchetti | 14 Marzo 2026

Da qui alle elezioni del 2027, Giorgia Meloni, oltre alle mille trappole di un quadro interno e internazionale difficile, dovrà soprattutto superare tre ostacoli che lei stessa ha piazzato sul proprio percorso.

C’è innanzitutto la prova referendaria, diventata incerta dopo un inizio che sembrava tranquillo.

Secondo ostacolo, subito dopo: le elezioni in Ungheria, a metà aprile. Sta marcando male per la democratura di Orban e qui con lealtà ideologica ma un po’ di incoscienza istituzionale la Premier ha recitato in uno spot di sostegno, in compagnia dei più estremisti esponenti della destra europea. Una contraddizione forte con gli interessi nazionali e con lo stesso metodo Meloni, apprezzato quando è stato pragmatico e rassicurante in materia europea.

Infine, il super appuntamento di novembre: le elezioni midterm di Donald Trump, che in un anno ha perso tutte le votazioni e ha fatto risorgere in quasi tutto il mondo avversari in difficoltà. Se Harris ha perso per il costo delle uova, qui è il gallone di benzina che brucia. Se non controlla più il Congresso rischia che il Partito Democratico si svegli e gli dia il calcio dell’asino con l’impeachment.

Giorgia Meloni ha scelto volutamente di infilarsi in questo triplice passaggio stretto, può anche uscirne alla grande, e avviarsi ad un decennio di inquietanti pieni poteri, ma se i suoi alleati del cuore cadono sarà un disastro.

Se i problemi fossero solo suoi, poco male, ma il rischio è che tocchino tutti gli italiani. Chi paga ad esempio le rovine lasciate da un referendum divisivo e feroce, e anche le ambiguità di una politica estera anomala nelle scelte sia a destra che sinistra e debole nelle vacuità del Ministro incaricato?

Se cade Orban e tanto più se inciampa Trump, l’Italia paga il doppio binario usato fin qui: un po’ con l’Europa e un po’ con gli Stati Uniti, un po’ campione occidentale e un po’ fare il gioco di Putin.

L’elettorato – italiano, ungherese o americano – è oggi volubile e vendicativo, e quindi poco controllabile persino dalla disinformazione russa che entra negli smartphone individuali.

In Italia, per come si sono messe le cose, la gestione della vittoria referendaria, quale che sia, sarà dura. Se vince il Si, avremo una magistratura con la sindrome della sconfitta. Purtroppo, sono state dette – in una pessima campagna elettorale – troppe cose avventate e offensive. Resterà sul terreno un residuo di risentimento. Potrebbe esserci addirittura una resa dei conti interna all’ordinamento, con una maggioranza di Magistrati in rotta contro le minoranze che li hanno rappresentati.

Se vince il No, sarà dura far funzionare le cose come se nulla fosse accaduto, tornando dentro un CSM vecchia maniera che tutti, salvo il Capo dello Stato, hanno comunque strapazzato per mesi.

Volevamo la riforma e rischiamo il caos. Le istituzioni ci riguardano tutti.

E poi c’è la questione Trump. L’opposizione ha accusato Meloni di essere lo zerbino della Casa Bianca, ma il punto è politico. Aveva puntato sul ruolo di ponte con Trump e non siamo neppure stati avvertiti dei pericoli per i nostri soldati in missione di pace. Trump non ha mai dato l’idea di un rapporto privilegiato. Non è il tipo che bada alle sfumature di una convergenza ideologica perché le idee non gli interessano. Recentemente ha detto che Meloni è sempre pronta a dare una mano, ma questo non è esattamente la scelta di un ponte. Anche perché sulla sponda UE c’è un soggetto con cui Trump non ha nessuna voglia di dialogare e anzi disprezza. Non abbiamo neppure il petrolio da offrirgli, l’unica cosa che gli interessa oltre agli affari immobiliari. Appendere la propria politica a Trump può anche dar sostanza ad una presunta diversità dal resto dell’Europa, ma se poi Trump cade, la diversità te la fanno pagare.

E allora? Peggio sarebbe tenersi le ambiguità scivolose di questi ultimi mesi. Non è più possibile, la guerra ha cambiato lo scenario e non sono consentite furberie.

Cercare un’alternativa? In democrazia funzionerebbe così, ma ancora in questi giorni abbiamo avuto in Parlamento il carnevale delle differenze. Il campo è largo, ma la navicella italiana è lei stessa al largo, lontana dal porto.

Beppe Facchetti

Pubblicato in : Editoriale

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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