Ogni nazione, ogni regione della terra, vive e cerca di prosperare sulle sue ricchezze naturali. Tali materie prime o le vende direttamente, oppure le trasforma e le vende come prodotto finito. Uniche eccezioni sono i territori poveri ai quali imprese colonialiste straniere sottraggono risorse a loro unico vantaggio (per lasciare in cambio soltanto un po’ di quella che “noi” chiamiamo civilizzazione).
L’italia potrebbe essere oggi una delle nazioni più ricche della terra. Certamente più ricca della tanto decantata Germania. Basterebbe che l’Italia si domandasse (agendo di conseguenza) qual è la sua materia prima, la sua risorsa naturale più desiderata dal resto del mondo.
Il nostro tesoro nascosto si chiama CULTURA.
Sul Corriere fiorentino (allegato al Corriere della sera del 17 agosto 2011, alla pag.5) si legge un bell’articolo di Claudio Giunta sull’eterna precarietà dell’Accademia della Crusca. Precarietà che, secondo il Decreto del Governo, verrebbe perduta da questa come da altre prestigiose istituzioni in quanto destinata a scomparire a causa del numero, inferiore a 70, dei propri dipendenti.
Non è sempre facile definire un concetto con poche, semplici ed efficaci parole, come è riuscito a fare Giunta: “Le istituzioni culturali sono come le fondamenta di un palazzo, non si vedono”. Aggiungerei, sommessamente, che non si vedono fino a quando cominciano a cedere!….. E in Italia tali fondamenta hanno cominciato a cedere già da molti lustri.
Per dare un’idea di quanto affermato in epigrafe, basterebbe ricordare come, a fronte dei 104 milioni di euro raccolti in un anno da tutti i musei italiani, il solo Louvre ne raccolga 800 (notizia ascoltata su Rai Storia del 16.08 u.s., ore 11,30-12,30). Ma, anche non credendo a Rai Storia, basterebbe guardare come gli americani, che non possiedono “nulla” se confrontato con il nostro patrimonio culturale, riescono a far fruttare le loro istituzioni culturali, a cominciare dai musei: sono vere e proprie macchine da soldi.
Perché all’estero si e da noi no?!…..
Nel rincorrere lo sviluppo economico, scimmiottando quello dei più forti paesi occidentali, abbiamo chiuso gli occhi sulla nostra unica e grande ricchezza. Oggi più che mai lasciamo deperire i nostri monumenti, i nostri siti archeologici, la nostra lingua e letteratura, la nostra musica, la nostra lirica mentre le nostre opere d’arte scultorea e pittorica ammuffiscono in musei inadeguati, poco sorvegliati e valorizzati, senza i soldi sufficienti per i loro necessari restauri.
Ecco da dove dobbiamo ricominciare! Quanti miliardi di euro potremmo incamerare da un’accorta politica di tutele e promozioni delle nostre culture? Imparando dagli altri paesi, quanto incremento potremmo portare al nostro turismo? Considerando che deteniamo il 60% delle opere d’arte del mondo occidentale, che il maggiore poeta è nostro come il Rinascimento, che il melodramma è nato da noi e che il resto del mondo celebra l’Italia ogni qual volta ci rappresenta nei teatri, cosa ci vorrebbe a trasformare questa ricchezza culturale in ricchezza materiale? Forse ci mancano i bravi manager?
Purtroppo in Italia si premia la mediocrità perché i nostri meccanismi politici e rappresentanti partitici, non sono rivolti al bene della nazione ma solo a quello proprio; sono perversi e autoreferenziali, unicamente finalizzati al perpetuare le poltrone conquistate immeritatamente e indegnamente. Quando qualche funzionario capace si affaccia sulla scena viene subito avviluppato dalla miscela vischiosa che si chiama burocrazia, invidia, rivalità, mediocrità, settarismo, autodifesa, calunnia, etc. etc. etc.
I rimedi? Premesso che il pesce inizia sempre a puzzare dalla testa, va detto che solo i bravi comandanti riescono a ottenere buoni risultati sul campo (già in un precedente intervento ho richiamato l’efficienza e la capacità di produrre ricchezza dei Musei Vaticani) e, quindi, ciò che dovrebbe essere fatto lo sappiamo tutti. Iniziando dai vertici, fare piazza pulita dell’apparato direttivo esistente e nominare persone scelte per concorso (non truccato come invece avviene per tutti i concorsi pubblici italiani) o per chiamata diretta. Queste persone, con lo stesso metodo precedente, rinnovano tutta la parte restante della piramide, sulla base di un progetto di sviluppo e indicando precisi obiettivi. Tale piano, presentato al Parlamento e da questo approvato per cinque anni, viene verificato in itinere e alla sua scadenza: o gli obiettivi sono stati raggiunti o si cambia: avanti un altro. Chi ha vinto il posto per concorso resta in servizio, chi è stato chiamato direttamente se ne va, se non è confermato dalla nuova gestione.
Questa cura, in paesi dove l’efficienza è un valore, non sembrerebbe così utopistica come, invece, appare subito in Italia! Ma, come ho già detto in altre occasioni, o ci scuotiamo dal torpore, cominciando a entrare in quest’ottica, oppure il nostro destino è già segnato. Cosa aspettiamo?… Un altro Napoleone?!
Andrea Viero

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