L’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti solleva importanti questioni di natura non soltanto politica, ma anche sociale e culturale. È un fenomeno la cui portata va oltre e al di là della realtà statunitense, innervandosi fatalmente in un contesto storico-politico assai più ampio.
In un interessante articolo del mese scorso su Repubblica Economia, Maurizio Ricci si soffermava sull’avanzata crescente del cosiddetto “populismo autoritario”. Il “populismo autoritario”, secondo Ricci, è “un mix di sentimenti anti-immigrazione, indifferenza ai diritti umani (…), preferenza decisa per una politica estera ‘forte’.” Esso trova espressione in movimenti e partiti diversi: dal Movimento 5 stelle alla Lega Nord, dall’Ukip di Nigel Farage al Fidesz di Viktor Orbán. Ma ci sono anche l’Alternativa per la Germania di Frauke Petry e Jörg Meuthen, il partito Diritto e Giustizia di Jaroslaw Kaczynski o i Greci Indipendenti di Panos Kammenos. Ciascuno di questi partiti vive un momento di grande e inaspettato successo elettorale, uno stato di grazia che sembra non fermarsi mai. Questo successo, secondo Ricci, va ricercato in buona parte nel tentativo di superamento della dicotomia destra-sinistra, nella volontà di disfarsi – di tentare di disfarsi – delle antiche “ideologie”. “Destra e sinistra” spiega infatti Alessandro Di Battista “sono categorie ottocentesche”, e non sono più accettabili come “chiavi di lettura della società attuale”. Occorre, secondo Di Battista, ridiscutere completamente queste vecchie divisioni, superarle, dando vita a uno spazio politico completamente rinnovato.
Superare delle categorie di pensiero che si considerano inattuali, tuttavia, presuppone la creazione di nuove categorie di pensiero formulate con altrettanto rigore, dotate di un retroterra assiologico altrettanto convincente. Quest’opera di ridefinizione dello spazio politico rischia di condurre a un punto cieco. Se è vero, infatti, che destra e sinistra sono categorie politiche nate ufficialmente con la Rivoluzione Francese, è vero anche che esse incarnano delle Weltanschauungen sostanzialmente archetipiche, presenti sin dai tempi dell’Antica Grecia: da una parte la Conservazione, dall’altra il Progresso; da una parte il Potere, dall’altra i Diritti; da una parte il sé, dall’altra l’altro-da-sé. Destra e sinistra, in tal senso, altro non sono che il sistema più logico (che col tempo si è dimostrato tale) per catalogare ciascuna di queste due visioni; due visioni che possono esprimersi con sfumature diverse, con ramificazioni anche radicalmente contrastanti (centro-destra, centro-sinistra, etc.), ma non tali da negare la dialettica, imprescindibile, che separa l’una dall’altra.
Se il tentativo di creare un nuovo progetto politico, alternativo alle ideologie tradizionali, non corrisponde a una formulazione ideologica altrettanto convincente, questo progetto rischia di trasformarsi in una scatola vuota: diventa allora un progetto privo di sostanza, svuotato di senso. In mancanza di solide fondamenta ideologiche gli rimane allora soltanto una cosa: stupire il pubblico con effetti spettacolari. Un po’ come fanno i virtuosi del piano, che suonano i loro pezzi di bravura a uso e consumo del pubblico; o come fanno i fautori del kitsch, che, come diceva Umberto Eco, “prefabbricano” e “impongono” un particolare effetto estetico. Questo è il populismo: una “prefabbricazione” dell’effetto politico, o, per dirla con la Treccani, un “atteggiamento che (…) esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi.” Va da sé che questo atteggiamento, come ci insegnano Adorno e Horkheimer, non può che essere autoritario: perché un messaggio demagogico, privo di solide basi politiche, trova la sua unica ragione d’essere nel carisma di un capo.
Il marketing politico dei “populisti autoritari” presenta a ben guardare non poche consonanze: c’è quasi sempre un capo carismatico, una folla plaudente e una comunicazione aggressiva. “Il cambiamento dipende da voi!” dice il capo carismatico, indicando la folla. “E se la cose non cambieranno, la colpa sarà vostra!” Egli si pone come personalità dominante, oppositiva: da una parte stabilisce un rapporto di gerarchia fra lui e il pubblico; d’altro canto tenta di sedurlo proprio con la sua autorità. È il vecchio “teorema del bullo”: quel ragazzino cattivo e dominante che a scuola ha un largo seguito, un seguito di gregari che lo temono e riveriscono. È il teorema di Hitler, di Mussolini: vincere con la prepotenza. È il teorema di Trump.
Giulio Laroni

Puo’ sembrarti eccessivo l’accostamento con i due dittatori, ma non cambia la sostanza, cioé che Renzi ha fatto prova di prepotenza e arroganza (basta pensare allo sprezzo con il quale liquido’ Letta). Per me questa non è una stupidaggine, puoi condividerla o meno.
Invece, quanto al populismo, ho le mie riserve. Il copione si Trump è quello già visto per Berlusconi, mi dette noia allora, mi disturba ancora oggi. Questo qua ha detto tante corbellerie, ma cretino non deve essere. Di piu, non ha ancora fatto niente e gli si da del porco e dell’assassino, questa reazione non è forse antidemocratica? Non è forse una reazione popuilsta con il beneplacito della stampa, dei sondaggi, dello star sistem?
Insomma, stupidaggini ne ho ascoltate tante dall’elezione di Trump, mi paiono giudizi a priori e per niente intelligenti.
te invece offendi. Non è stata forse con molta prepotenza che Renzi è arrivato al potere?
Ricambio il complimento.
Hai ragione, ho scritto di getto e ho sbagliato. Però confermo che la tua è una stupidaggine
È il teorema di Hitler, di Mussolini: vincere con la prepotenza. È il teorema di Trump.
Tutto bene, ma manca Renzi alla lista.
Sei proprio stupido