
Di fronte alle immagini che arrivano da Torino, la tentazione di cedere a una narrazione binaria è forte, quasi rassicurante per una certa parte dell’opinione pubblica. Da una parte lo Stato, dipinto come baluardo di civiltà, e dall’altra i “criminali”, un’etichetta onnicomprensiva che cancella ogni sfumatura politica. Ma la realtà, osservata senza il filtro della propaganda governativa, restituisce il ritratto di una democrazia in affanno, dove la violenza non è solo un fatto di cronaca, ma diventa il pretesto per una stretta autoritaria già scritta. Quella di Torino sembra essere stata la scintilla attesa, l’incidente necessario per giustificare un fuoco repressivo alimentato da tempo nelle stanze del potere, una manovra che trasforma l’ordine pubblico in un terreno di scontro ideologico prima ancora che operativo.
Partiamo dai fatti, quelli nudi e crudi, che non possono essere ignorati in una cronaca onesta. Chi aggredisce un poliziotto, chi brandisce un martello in un rapporto di dieci contro uno, non sta esercitando un diritto al dissenso: sta compiendo un reato grave che merita sanzioni certe e rigorose. La solidarietà all’agente Calista è un atto dovuto, non negoziabile per chiunque creda nella convivenza civile. Tuttavia, esiste una solidarietà più profonda che manca sistematicamente all’appello: quella strutturale e politica verso chi indossa la divisa. Mentre il Governo usa i poliziotti come icone sacre nei talk show e scudi umani nei comunicati stampa, i dati del Silp (Sindacato Italiano Lavoratori Polizia) squarciano il velo dell’ipocrisia. Si parla di agenti in prova con soli due giorni di addestramento gettati nella mischia di una piazza incandescente, turni estenuanti che si protraggono fino a notte fonda e stipendi che non vedono aumenti da anni. La “frustrazione” delle forze dell’ordine non si cura con i tweet di vicinanza o con pacche sulle spalle mediatiche, ma con risorse, organici e dignità professionale che questo esecutivo sembra ignorare.
Esiste però un’altra violenza, quella che le telecamere ufficiali e i canali istituzionali sembrano inquadrare con molto meno zelo. È la violenza che colpisce i manifestanti, i cittadini e persino i fotoreporter, inseguiti e manganellati mentre sono a terra, inermi o semplicemente intenti a documentare i fatti. Queste immagini, meno trasmesse ma altrettanto reali, pongono un interrogativo etico fondamentale: se lo Stato è tale, deve garantire il rispetto delle regole e della dignità umana a 360 gradi, senza distinzioni di casacca. Perché, tra le fitte maglie del nuovo Decreto Sicurezza, non c’è traccia di norme che impongano l’uso di bodycam obbligatorie o di numeri identificativi sui caschi? La trasparenza non è un attacco alle forze dell’ordine, ma la massima garanzia per chi lavora con onestà e professionalità. Il sospetto atroce è che si preferisca mantenere una zona d’ombra, un limbo di impunità tecnica, per poter gestire l’ordine pubblico non come mediazione democratica del dissenso, ma come pura e semplice repressione muscolare dei “nemici del governo”.
Le dichiarazioni del Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, segnano un punto di rottura preoccupante con la tradizione liberale del nostro Paese. Affermare che chi sfila pacificamente accanto ai violenti finisca per offrire loro una “prospettiva di impunità” non è solo un errore logico, è un concetto che profuma di regimi illiberali. In una democrazia, la responsabilità penale è individuale; si processano i fatti accertati, non le contiguità fisiche o le supposte affinità elettive in un corteo di migliaia di persone. Accusare intere masse di complicità morale significa criminalizzare il diritto stesso di manifestare, spingendo il cittadino verso un bivio pericoloso: rinunciare a esprimere il proprio dissenso o essere etichettato come complice del delinquente di turno. È il “reato di pensiero” applicato alla piazza, dove il sospetto sostituisce la prova e il pregiudizio politico prende il posto della legalità.
C’è un’evidenza politica che sovrasta i sassi e i lacrimogeni di Torino: il Governo non aspettava altro. Il nuovo pacchetto securitario, con le sue norme draconiane e la sua retorica da “tolleranza zero”, era già pronto nei cassetti, “in canna”, in attesa del momento propizio per essere presentato come una necessità impellente. La violenza di Torino non ha generato il decreto; lo ha semplicemente sdoganato davanti all’opinione pubblica spaventata. Sorge allora un dubbio legittimo sull’efficacia dei dispositivi di sicurezza messi in campo: sono stati davvero pensati per prevenire gli scontri o sono stati gestiti con una negligenza funzionale alla creazione dell’incidente? Quando la politica ha bisogno di una giustificazione per una stretta libertaria, il caos diventa un alleato prezioso, un pretesto perfetto per chiudere spazi di democrazia in nome di una sicurezza che, paradossalmente, sembra diminuire proprio quando aumentano le pene.
Infine, l’intervento della Premier Giorgia Meloni chiude il cerchio di questa preoccupante deriva. Definire un episodio “tentato omicidio” prima ancora che un magistrato abbia analizzato le prove o formulato un capo d’accusa non è solo una sgrammaticatura istituzionale, è un’invasione di campo senza precedenti. La Premier sembra voler avocare a sé le funzioni della magistratura, suggerendo verdetti e direzioni investigative dal pulpito di Palazzo Chigi. In un contesto politico segnato dall’ombra del referendum del 22 marzo, che sembra puntare a un accentramento dei poteri mai visto prima, l’assenza della Presidente dalle conferenze stampa è un segnale eloquente: il potere vuole decidere, condannare e riformare, ma si rifiuta di rispondere alle domande dirette della stampa e dei cittadini.
Torino, in quest’ottica, smette di essere solo un episodio di cronaca per diventare il laboratorio di un’Italia futura: un Paese dove la sicurezza non è più un servizio garantito al cittadino, ma una clava elettorale brandita per perimetrare il dissenso e ridefinire, in chiave autoritaria, i confini della democrazia stessa.
Antonio Laraia

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