
C’è una frattura antica in Italia, ma nei giorni scorsi ha assunto i contorni di una vera e propria censura dell’indifferenza. Da una parte c’è il Sud che produce, trasporta e sfama il Paese, costretto a spegnere i motori perché il costo del carburante ha superato ogni soglia di sostenibilità aziendale e umana. Dall’altra c’è il palazzo romano — e con esso le vetrine patinate dei telegiornali nazionali — che pare aver girato la testa dall’altra parte, impegnato nell’ennesimo dibattito da salotto su poltrone, vicende di gossip ed esegesi del nulla politico. Mentre le telecamere sono puntate sui soliti teatri della politica romana o sui disagi infrastrutturali del Settentrione (dove persino un ritardo ferroviario merita l’inviato sul posto e la diretta streaming), metà della penisola si sta lentamente bloccando. Ma nei palinsesti ufficiali il bilancio è stato a lungo implacabile: zero titoli di apertura, zero collegamenti, zero approfondimenti. È il silenzio più strategico per coprire la realtà più scomoda.
Sulla mappa della mobilitazione, il bollettino della crisi descrive un Paese in pieno stato d’emergenza, costretto però a vivere un drammatico isolamento mediatico. In Puglia la tensione si tocca con mano: oltre duemila olivicoltori sono scesi in piazza a Bari per urlare la propria rabbia, mentre sulla Statale 16 — l’arteria vitale che collega Foggia a San Severo — i trattori hanno eretto un vero e proprio muro di gomma e ferro per denunciare costi di produzione arrivati alle stelle. Poco più a sud, a Brindisi, la viabilità prosegue a singhiozzo, e risalendo la A14 all’altezza di Termoli il traffico pesante vive momenti di totale paralisi. La vertenza non risparmia la Basilicata, dove la Bradanica, indispensabile snodo di collegamento tra la terra lucana e la Puglia, si trova ora completamente bloccata. Spostandosi tra Calabria e Sicilia, la mobilitazione assume tratti ancora più drastici: gli autotrasportatori e il Comitato Trasportatori Siciliani hanno proclamato un fermo delle attività destinato a paralizzare fino all’80% della grande distribuzione organizzata, lasciando i piazzali dei centri logistici gremiti di tir immobili. Anche il mare ha spento i motori: dai porti calabresi a quelli siciliani, la flotta dei pescherecci resta interamente ormeggiata. Con un gasolio marittimo schizzato a prezzi da usura, mollare gli ormeggi ed uscire in mare aperto significa ormai operare al di sotto dei costi di gestione. Come commenta amaro uno dei portavoce della protesta sul campo: «Non è un banale sciopero di categoria per chiedere un piccolo sussidio, è la presa d’atto che con questi prezzi lavorare costa più che stare fermi. Con il gasolio alle stelle, le accise invariate e la speculazione incontrollata, noi stiamo semplicemente fallendo».
Il rischio di questo blackout logistico non è solo economico, ma sociale. Nel giro di 48-72 ore, il blocco della grande distribuzione rischia di svuotare i banchi dei supermercati e dei mercati rionali non solo al Sud, ma nell’intera penisola, dipendente dalla produzione ortofrutticola e ittica meridionale. Eppure, a fronte di questo scenario drammatico, la risposta della narrazione ufficiale ha finito per rivelarsi persino peggiore del silenzio iniziale. Quando i pochi telegiornali non hanno più potuto ignorare l’evidenza dei blocchi, è scattata la collaudata macchina della propaganda: le telecamere e le dichiarazioni dei vertici di governo — con in testa la presidente del Consiglio Giorgia Meloni — si sono affrettate a puntare il dito esclusivamente sugli episodici disordini causati da sparuti gruppi di facinorosi ed elementi marginali scesi in piazza. Un’operazione di mistificazione politica e mediatica chiaramente orchestrata per screditare la mobilitazione, spostare l’attenzione dai contenuti della vertenza e far passare lo sciopero pacifico e disperato di milioni di lavoratori per una mera questione di ordine pubblico. Criminalizzare il dissenso per non dover affrontare le proprie responsabilità sul caro-carburante: è questa la scorciatoia istituzionale per silenziare le ragioni del Paese reale. Nel frattempo, dalle stanze del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti non è arrivata alcuna convocazione né alcuna proposta concreta su crediti d’imposta o calmieramento dei prezzi.
La vicenda riporta a galla una stortura strutturale della narrazione italiana. Il Mezzogiorno d’Italia continua a essere celebrato quando si tratta di promuovere il turismo balneare, i borghi da cartolina o per rastrellare pacchetti di voti in campagna elettorale. Ma quando gli stessi territori chiedono dignità per il proprio lavoro, interventi concreti contro le speculazioni sul carburante e un ripensamento della pressione fiscale sull’energia, diventano improvvisamente trasparenti o, peggio, un nemico da diffamare. Non è una battaglia corporativa: è una battaglia di sopravvivenza per un intero tessuto produttivo che comprende la filiera alimentare, la logistica su gomma e l’economia del mare. Continuare a mistificare la realtà nelle edizioni dei telegiornali non farà ripartire i motori dei tir né riempire gli scaffali. La verità delle piazze e delle strade, prima o poi, busserà anche alle porte dei palazzi romani; e allora né la propaganda né il silenzio basteranno più a nasconderla.
Antonio Laraia

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