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Il soldo del deputato

di Franco Astengo | 11 Aprile 2013

montecitorioBreve storia delle indennità parlamentari

L’ouverture di questa 17° legislatura è stata caratterizzata dalla rincorsa all’austerità. Evidentemente considerano malguadagnato, gli stessi che ne beneficiano, il guiderdone corrisposto ai parlamentari. Hanno cominciato la presidente della Camera e il presidente del Senato, e poi via via, gli stessi parlamentari “semplici” hanno sviluppato una serie di dichiarazioni nel senso della riduzione. Ciò sotto la spinta – ovviamente – del M5S, e dal riscontro che ne è derivato sul piano dell’aggregazione del consenso. Alla fine di questa rincorsa all’indietro è possibile che si ritorni ai primi anni del ‘900 quando il deputato/contadino Pietro Abbo, un socialista di Oneglia (ma capitò anche ad altri suoi compagni di partito, compreso lo stesso Turati) non disponendo del denaro sufficiente per pernottare a Roma, usufruiva del cosiddetto “permanente” rilasciato dalle Ferrovie dello Stato per prendere il treno Roma/Firenze andata e ritorno e passare così la notte, rientrando a Roma il mattino in tempo per l’apertura dei lavori della Camera.

E’ il caso, forse, di ricostruire la storia dell’indennità parlamentare: fa parte di quella serie di “benefici” e agevolazioni che via, via, con il procedere e lo sviluppo della democrazia sono stati istituiti allo scopo di rendere agibile a tutti, e non solo ad alcuni ceti privilegiati, l’esercizio dell’attività politica. E’ il caso dell’immunità parlamentare (creata per consentire ai deputati di poter entrare nelle fabbriche in sciopero, evitando denunce penali da padroni che avevano proclamato la cosiddetta “serrata”), è il caso dell’assenza di vincolo di mandato e infine dello stesso finanziamento pubblico ai partiti. La sparizione dei grandi partiti di massa provvisti di forte radicamento sociale, il deteriorarsi della qualità “dell’agire politico”, l’esplosione di intollerabili scandali (il più clamoroso, di questi ultimi tempi riguarda, a mio giudizio, quello relativo al senatore Lusi, già tesoriere della Margherita) – ben diversi da quelli delle usuali “tangenti” che hanno costellato la storia dell’Italia repubblicana – hanno fatto dimenticare le origini di questi istituti.

Non è stato un caso, tornando alla storia, che l’indennità parlamentare sia stata istituita nel 1912 attraverso un apposito articolo della legge che prevedeva l’estensione del suffragio maschile portando il numero degli eventi diritto al voto da circa 2.000.000 (!) a oltre 10.000.000. Per non contrastare l’articolo 50 dello Statuto Albertino che prevedeva come <l’esercizio delle funzioni di senatore o deputato non potevano dar luogo ad alcuna retribuzione o indennità>, la legge etichettava formalmente l’indennità come <titolo di rimborso delle spese di corrispondenza>. Qual era però lo scopo di fondo per il quale l’indennità era stata introdotta nell’ordinamento parlamentare? A mio giudizio lo stesso sulla base del quale fu poi scritto l’articolo 69 della Costituzione repubblicana: <Per tutelare l’indipendenza dei parlamentari, per consentire a tutti l’accesso al mandato parlamentare e permetterne l’esercizio senza condizionamenti economici>.

Nel primo dopoguerra, con l’avvento del sistema proporzionale precedente l’avvento del fascismo, la legge sull’indennità fu mantenuta, a dimostrazione di una vera e propria continuità del già citato concetto di piena agibilità del mandato parlamentare. Fu infine adottata per l’istituzione della Consulta Nazionale all’indomani della Liberazione, che riprese le norme in vigore prima del 28 Ottobre 1922. Egualmente per l’Assemblea costituente il punto di riferimento per quel che riguardava le norme interne e lo “status” dei propri membri, fu rappresentato dalle regole in vigore per la Camera prefascista, esplicitamente richiamate dall’articolo 4 del decreto legislativo luogotenenziale del 16 Marzo 1946, numero 98 (meglio noto come “Seconda Costituzione Provvisoria”).

Queste, quindi, le motivazioni e le origini dell’articolo 69 della Costituzione: il punto  di critica, al riguardo, può risiedere nel fatto che l’ammontare delle indennità non è definito per legge, ma rinviato agli uffici di Presidenza delle due Camere e questo ha dato origine all’apertura di varchi attraverso i quali si sono infilati provvedimenti che hanno portato alle esagerazioni cui abbiamo assistito negli ultimi tempi. Tra le due Camere fra l’altro è diversa la stessa formulazione riguardante l’obbligo di partecipazione ai lavori: mentre il Regolamento del Senato precisa che è fatto obbligo di partecipare anche ai lavori delle Commissioni, quello della Camera parla più genericamente di “partecipazione ai lavori”, senza distinguere – appunto – tra aula e commissione. Insomma, c’è motivo per riprendere in mano l’intera materia.

Pubblicato in : Primo piano

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