
Non ci sono più lacrime nelle corsie rimaste in piedi degli ospedali di Gaza, perché i corpi sono troppo disidratati per produrle. Quella che si sta consumando nella Striscia non è solo una crisi umanitaria, ma una catastrofe biologica che colpisce le radici stesse della vita: i neonati. Mentre il conflitto prosegue, la fame – usata secondo le Nazioni Unite e diverse ONG come metodo di pressione e guerra – sta riscrivendo il destino di una generazione che non ha ancora imparato a respirare.
Nelle ultime settimane, i rapporti medici provenienti dal Nord di Gaza descrivono una realtà agghiacciante. Il numero di nati prematuri è salito vertiginosamente. Le madri, costrette a fuggire da un rifugio all’altro, malnutrite e terrorizzate, non riescono a portare a termine le gravidanze. I piccoli vengono al mondo sottopeso, con organi non ancora formati, in strutture dove l’elettricità è un lusso e l’ossigeno scarseggia.
Senza incubatrici funzionanti a causa del blocco del carburante e dei raid, i medici sono costretti a pratiche medievali: avvolgere i neonati in carta stagnola o tenerli vicini a bottiglie di acqua calda per cercare di preservare il calore corporeo. Molti di loro non superano la prima notte.
L’accusa mossa a Israele dalle principali organizzazioni internazionali è quella di aver imposto un assedio totale che impedisce l’ingresso di nutrienti vitali. Quando una madre è malnutrita, il suo corpo smette di produrre latte. In un contesto dove l’acqua è contaminata e il latte artificiale è introvabile, il neonato viene condannato alla fame dal suo primo vagito.
L’UNICEF ha lanciato l’allarme: la malnutrizione acuta nei bambini sotto i due anni è raddoppiata in un solo mese. I reparti di pediatria, come quello dell’ospedale Kamal Adwan, si sono trasformati in obitori per piccoli corpi scheletrici, vittime di una carestia indotta che non distingue tra combattenti e civili.
Il diritto internazionale parla chiaro: l’uso della fame dei civili come metodo di guerra è un crimine. Eppure, le restrizioni ai convogli umanitari continuano a soffocare la Striscia. Ogni giorno di ritardo ai valichi si traduce in una culla vuota.Gaza oggi non è solo un campo di battaglia, ma un laboratorio di dolore dove la vita viene recisa sul nascere. Mentre la diplomazia internazionale arranca tra veti e dichiarazioni di intenti, il silenzio dei neonati che smettono di respirare diventa l’accusa più rumorosa contro l’indifferenza del mondo. Se non si fermerà questa spirale, il futuro di Gaza non sarà solo distrutto dalle bombe, ma letteralmente spento dalla fame.
Gaza non è più soltanto un campo di battaglia; è un lucido esperimento di privazione dove la biologia umana viene usata come ostaggio. Quando un neonato muore di fame in un’incubatrice spenta, non siamo di fronte a un ‘effetto collaterale’, ma a un fallimento della civiltà. Permettere che il cibo e l’acqua diventino armi per spezzare una generazione sul nascere significa accettare che il diritto internazionale sia carta straccia. Se il mondo continuerà a voltarsi dall’altra parte, il silenzio di queste culle vuote diventerà l’urlo che condannerà per sempre la nostra indifferenza.
Giuseppe Basilico

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