
Scrivo per porre l’accento su una ferita aperta nel nostro tessuto urbano: la crescita esponenziale dei provvedimenti di sfratto. È doveroso premettere che la legittimità del locatore di tornare in possesso della propria unità immobiliare è indiscutibile. Parliamo spesso di piccoli proprietari che dipendono da quell’introito per il sostentamento quotidiano o per far fronte a oneri finanziari propri. Tuttavia, la questione non può esaurirsi in una mera pratica burocratica o giudiziaria. Siamo immersi in una congiuntura economica feroce, dove l’erosione del potere d’acquisto e l’instabilità occupazionale privano molte famiglie della capacità di onorare i contratti. Liquidare questa sofferenza con la retorica della fermezza, senza predisporre adeguate contromisure sociali, equivale a ignorare un segnale d’allarme che minaccia la pace pubblica. È inaccettabile che la risoluzione di un problema strutturale venga scaricata interamente sulle spalle dei cittadini, alimentando una logica di scontro tra parti ugualmente vulnerabili. Non bastano più le dichiarazioni d’intento: servono stanziamenti certi e immediati per la morosità incolpevole, un rilancio concreto dei piani per l’edilizia popolare e sgravi fiscali per chi sceglie la via del canone concordato o della rinegoziazione. La tutela della proprietà è un valore cardine, ma la sua applicazione non può ignorare il principio della funzione sociale e della salvaguardia della persona. Solo coniugando il rispetto delle regole con una solidarietà attiva potremo evitare che l’emergenza casa si trasformi in una definitiva frattura civile.
Raffaele Amendola

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