In altre parole, considerata la dilagante privatocrazia sanitaria, si rischia di rimanere letteralmente imbrigliati nel rete del “si salvi chi può” o del “si salvi chi ha di più”.
Insomma, un triste destino per quel SSN che, su proposta di Tina Anselmi e dei suoi Costitutori, nel non lontano 1978, si prefiggeva lo scopo di difendere la sanità come bene universalmente fruibile.

Un sistema pubblico di carattere “universalistico”, tipico di uno stato sociale, che garantisse l’assistenza sanitaria a tutti i cittadini, tramite un finanziamento Statale, sostenuto attraverso la fiscalità generale (ndr. le tasse) e le entrate dirette percepite dalle aziende sanitarie locali, con i ticket sanitari e le prestazioni a pagamento (leggi storia su wikipedia).
Un sogno quasi in frantumi, nonostante le numerose proposte di buon senso messe sui tavoli ministeriali da diverse Associazioni di categoria, Fondazioni e Sigle Sindacali (Ad esempio, tanto per fare un nome a caso, la Fondazione Gimbe su Sanità24).
Insomma, per noi comuni mortali, anche semplici addetti ai lavori, la soluzione sembra a portata di mano (…o di governo) invece, per la Politica, la questione appare molto più complessa, fino a rasentare l’irrisolvibile, con buona pace finanche di Boris Pasternak che, all’ospedale, “non potrà più riconoscere la sua sorte come un inestimabile dono”.
“All’ospedale” di Boris Pasternak (1960)
Restavano lì come davanti a una vetrina,
dilagando su tutto il marciapiede.
Poi la barella fu issata sulla macchina
e balzò nella cabina il portantino.E il prontosoccorso sgusciando
Fra marciapiedi, posteggi, perdigiorno,
e fra il trambusto della strada notturna,
si tuffò con i fari nelle tenebre.Vigili, vie, visi
balenarono alla luce del faro.
Barcollava l’infermiera
con la boccetta dell’ammoniaca.Pioveva e nella sala dell’accettazione
squallidamente crosciava lo scolatoio,
mentre una riga sotto l’altra
scarabocchiavo il modulo.Lo sistemarono presso l’entrata.
Tutto l’edificio era pieno.
Esalazioni di iodio che stordivano,
e, dalla strada, folate di vento alla finestra.La finestra ritagliava in un quadrato
una parte del giardino e un lembo di cielo.
Alle corsie, all’impiantito, ai camici
s’abituava lo sguardo il nuovo arrivato.Quando, d’un tratto, dalle domande dell’infermiera,
da quel suo scuotere la testa,
capì che da quella storia
difficilmente sarebbe uscito vivo.Allora dette uno sguardo grato
alla finestra dietro cui il muro
era come illuminato
d’una scintilla d’incendio dalla città.Là, nel bagliore, rosseggiava la barriera,
e nel riverbero della città, un acero
con un ramo contorto si sprofondava
davanti al malato in un inchino d’addio.“O Signore, come sono perfette
le tue azioni”, pensava il malato.
“I letti e gli uomini, e le pareti,
la notte della morte e la città di notte.Io ho preso una dose di sonnifero,
e piango tormentando il fazzoletto.
O Dio, lacrime d’emozione
m’impediscono di vederti.M’è dolce, alla luce opaca
che cade appena sul letto,
riconoscere me e la mia sorte
come un inestimabile dono.Morendo in un letto d’ospedale,
sento il calore delle tue mani.
Mi tieni come un tuo prodotto,
e mi riponi come un anello nell’astuccio”.
*Immagine elaborata dagli Autori, con foto di “Boris Pasternak” e “Ospedale suore e infermiere” tratte liberamente da Wikimedia Commons

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