Molti i temi che il film Il segreto dei suoi occhi affronta: un caso sospeso, un amore appena sfiorato, una lotta contro il male sia quello individuale ( l’assassinio di una giovane), sia quello storico (sta nascendo una dittatura), una storia d’amicizia vera,
il rimpianto (di una vita che poteva essere vissuta e non subita) il tutto legato dal filo della memoria dell’Argentina degli anni Settanta e della sua dittatura militare; il prodotto finale è un thriller o un noir con una punta di hard e un finale acuto e interessante.
«Ancora non so cosa abbia spinto l’ Academy a premiare il mio film rispetto agli altri…”, ha affermato il regista Juan José Campanella, al momento della proclamazione del premio. Se il desiderio dei giurati era quello di riaccendere i riflettori sul cinema argentino, non credo che il film Il segreto dei suoi occhi , Oscar come miglior film straniero 2010, abbia raggiunto lo scopo.
Solo una volta in pensione Benjamin Esposito, funzionario del tribunale di Buenos Aires, ossessionato dall’omicidio di una giovane donna, decide di scrivere della sua indagine sospesa, del suo amore evidente, ma mai confessato, in un intreccio tra passato e presente, avvicinati attraverso l’uso del flashback (unico segno l’invecchiamento dei volti), ma giostrati attorno allo sguardo e alla memoria.
Il film scritto e girato bene (anche se risente dell’esperienza televisiva di Campanella), manca di pathos, non riesce a coinvolgere lo spettatore che può assistere a un compito svolto bene ma si accorge subito che tutto è troppo costruito a tavolino.
Stilisticamente raffinato, giocato in continui campo e controcampo, girato quasi completamente in interni, con una fotografia di uno scuro claustrofobico salvo il lungo piano sequenza allo stadio, conca illuminata, con la macchina da presa/occhio inquisitore (dal finale assurdo e incredibile) evidenzia che il regista Campanella ama il cinema e l’ha studiato ma mi sento di affermare che alcune scene, molto belle ma non originali, alcune sequenze troppo imitate lasciano un po’ l’amaro in bocca. La scena di Benjamin e Irene che si toccano appoggiando la mano sul vetro del finestrino del treno che sta partendo, ricorda troppo da vicino Il Dottor Zivago, per non dire poi della sequenza di Irene che corre dietro al treno che porta lontano Benjamin: ricorda troppo la grande Anna Magnani nella scena Unica di Roma città aperta. Va bene che come affermava il famoso produttore cinematografico Irving Thalberg “i film non si fanno… si rifanno”, ma a tutto c’è un limite.
Nella prima ora il film segue il serio impianto del giallo, nella seconda parte si parla di una giustizia e non della giustizia e delle sue implicazioni con la politica, ma si affronta anche il problema della vendetta, dello sconcerto e lo smarrimento di chi ha subito una perdita, tanto più grave quando il caso non è risolto e la ferita è sempre aperta. Morales ha perso la moglie, Benjamin l’amico e collaboratore, entrambi uccisi dallo stesso carnefice, che si è reso irreperibile.
“Gli occhi parlano” afferma Benjamin. Lui è bravo ad osservare e studiare le foto ed è seguendo lo sguardo di un giovane sempre presente nelle varie foto che la sua attenzione lo porterà a scoprire l’assassino, ma non è altrettanto bravo a capire quello che gli dicono gli occhi di Irene, adattandosi a venticinque anni di solitudine morale, di rimpianti, di disperazione per la sconfitta.
Il finale chiarisce e placa l’incubo di Benjamin che nel silenzio cui è stato costretto crede di aver perso tutto ma non ha perso di dignità; pensava di aver buttato via la sua vita coltivando un segreto tormento d’amore senza speranza. Le cose non dette riaffiorano e riscattano un passato mai dimenticato
Maria Rita Monaco

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