Richard Nixon era stato rieletto nel 1972 alla Casa Bianca per il suo secondo mandato con il voto di quarantanove Stati su cinquanta. Il 9 agosto 1974, travolto dallo scandalo Watergate e ad un passo dall’impeachment del Congresso dopo otto mesi di inchiesta, si dimise da presidente degli Stati Uniti. Esattamente un mese dopo, l’8 settembre, il suo successore Gerald Ford firmò un indulto ad personam “pieno e incondizionato” che sottraeva per sempre Nixon a qualsiasi procedimento giudiziario per ogni tipo di reato eventualmente commesso negli anni della presidenza.
“La serenità che il Paese ha ritrovato – scrisse Ford nella Proclamation 4311 – potrebbe andare irrimediabilmente perduta dalla prospettiva di un processo ad un ex presidente degli Stati Uniti. La prospettiva di un tale processo provocherebbe una discussione duratura e lacerante sull’opportunità di esporre ad un’ulteriore condanna un uomo che ha già pagato il prezzo, che non ha precedenti, delle dimissioni dalla più alta carica elettiva degli Stati Uniti”. In un messaggio televisivo alla nazione, Ford spiegò che il pardon era la scelta migliore per il Paese e che la situazione in cui si trovava Nixon era “una tragedia americana nella quale tutti abbiamo avuto un ruolo. Potrebbe continuare ancora a lungo, molto a lungo, o qualcuno potrebbe scrivere la parola fine. Sono giunto alla conclusione che soltanto io posso farlo, e se posso farlo, lo devo fare”.
Le grandi democrazie funzionano così: curano da sé le malattie di cui soffrono, e mentre voltano pagina tengono i giudici fuori dalla porta; nell’impedire un processo giudiziario ad un ex presidente non tutelano l’uomo, ma la carica che ha ricoperto e il Paese che ha rappresentato; nell’affermare la superiorità della politica non umiliano la giustizia, ma la mantengono nel ruolo che le è proprio, e in questo modo la rafforzano.
Di fronte al “caso Berlusconi”, l’alternativa è semplice quanto drammatica: o Craxi o Nixon. O portare fino alle estreme conseguenze lo scontro politico-giudiziario, costringendo il presidente del Consiglio ad una guerra senza quartiere che, nel caso di una probabile sconfitta giudiziaria e/o politica, potrebbe trasformarsi in esilio; oppure trovare una soluzione ragionevole e civile che non può non fondarsi sullo scambio virtuoso dimissioni-salvacondotto.
Parliamoci chiaro: così non si può andare avanti. L’esecutivo è paralizzato, la maggioranza è esile e molto meno compatta di quanto appaia, la tensione con il Quirinale è ai livelli di guardia, lo scontro con la magistratura è violentissimo, l’immagine internazionale del nostro governo è crollata, il disagio della Chiesa è vistoso, il rischio di degenerazioni violente è concreto. E soprattutto, il Paese è spaccato a metà con una violenza, una rabbia e un’intransigenza che hanno davvero pochi precedenti. E lo sarà sempre di più, nei lunghi mesi di Rubygate che ancora ci attendono. Che Berlusconi sia o meno colpevole di questo o quel reato non ha alcuna importanza (Nixon e Craxi, del resto, si dichiararono innocenti fino all’ultimo giorno di vita); importa invece, e tanto, che ne sarà dell’Italia mentre la battaglia infuria.
Alle forze politiche più responsabili, fra cui naturalmente c’è anche il Pdl, spetta decidere fino a che punto questa situazione sia tollerabile, e se abbia senso impegnarsi in una guerra in cui lo sconfitto sarà annientato (l’Arte della guerra suggeriva di lasciare sempre una via di fuga al nemico per non costringerlo a combattere per la vita, cioè con tutte le sue forze). Il problema non è Silvio Berlusconi, ma quel 40 o 45% di italiani che lo riconoscono tuttora come il proprio leader, e che vivrebbero la sua condanna come un mezzo colpo di Stato. Non importa qui discutere se siano pazzi criminali o difensori dello Stato di diritto (discuterne significa continuare a ignorare il problema): importa trovare una soluzione politica non per salvare Berlusconi, ma per riconciliare e riunificare il Paese, allontanando ogni sospetto di vendetta e ricreando le condizioni per una sana dialettica democratica fra sinistra e destra.
Per questo le forze politiche più responsabili di maggioranza e di opposizione dovrebbero sedersi intorno ad un tavolo e trovare una soluzione legislativa adeguata che salvaguardi Silvio Berlusconi, la sua famiglia e le sue aziende in cambio delle dimissioni dalla presidenza del Consiglio. Dopodiché si sciolgano le Camere e si permetta agli italiani di scegliere liberamente un nuovo governo, di centrodestra o di centrosinistra.
L’Italia non ha bisogno di odio e di vendetta, ma di fare la pace con se stessa.
thefrontpage.it – Editoriale

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