Questione di numeri, questione di soldi. Ci balocchiamo sulle grandi cifre e ci perdiamo sui prezzi quotidiani. Sgraniamo gli occhi quando ci dicono che il debito pubblico italiano è di quasi 2.000 miliardi ma non facciamo una piega, o quasi, quando ci dicono che nel 2050, fra 39 anni, mica fra due secoli, per effetto del calo delle nascite, la popolazione che lavorerà in Italia sarà a livelli minimi. Si parla di crollo. Ci balocchiamo sui numeri dei miliardi che potremo ricavare dalla vendita del patrimonio pubblico, 600 miliardi?, Mah, qualcuno dice 900, altri 500, ma non è una lotteria, e non ci meravigliamo che un piatto di otto fette di ordinario salume nella civilissima Reggio Emilia sia servito a 14 euro (12 di prodotto suino e 2 di coperto) totale 27 mila lire di una volta. Il rischio vero è che ci stiamo abituando al default. Gustiamo caviale o sapida culaccia con crostini tostati su una nave che non galleggia più. Ma l’orchestra suona ancora il walzer viennese. Ogni giorno escono numeri che ci dovrebbero far rabbrividire e quindi far dire al macchinista “invertiamo la rotta”, ed invece semplicemente scopriamo che non c’è rotta. Ci balocchiamo in ipotesi di misure quando le misure sono già superate. Abbiamo usato come cavia la Grecia e adesso scopriamo che le cavie siamo tutti noi, chi più chi meno, nel mondo. Volevamo misure epocali ci siamo ridotti ad aumentarci l’Iva. Dovevano liberalizzare e ogni categoria, come dice un banchiere di lungo corso come Guido Roberto Vitale, se la canta e se la suona, anzi “ciascuna corporazione lancia le sfide che non la toccano”. Gli avvocati dicono che tocca ai farmacisti, i tassisti dicono che tocca ai dentisti, i sindacati dicono che tocca agli imprenditori, gli imprenditori dicono che tocca alla politica e la politica dice che i giornalisti non raccontano le cose importanti. E via saltando da una casella all’altra in un terribile claustrofobico gioco nazionale e internazionale dell’oca. Il vero dramma è che ci stiamo abituando al peggio. Il vero rischio è che non pensiamo seriamente ai rimedi. A parte le agenzie di rating e le loro pagelle, quali altri dati dovremmo attendere e studiare per cominciare la cura severa? Dopo il debito sovrano, c’è un rischio fondi delle banche. Non sarebbe già sufficiente questo per dirci: fermi tutti, basta giostre di posizioni e programma serio, affidabile, concertato di risanamento e aggiustamento. Evidentemente non basta se con le tempeste che girano per il mondo da New York a Tokyo noi, qui in provincia Italia, ci affanniamo sulle intercettazioni e sui blog. Mai come ora si pone un problema di classe dirigente che com’è noto non è solo un problema di classe politica, ma di insieme di soggetti che governano e gestiscono il sistema Paese. Mai come ora i nodi stanno arrivando ad un pettine rischiosissimo, con processo irreversibile. E quando il nodo sarà che la somma dei pensionati – con pensioni che non possono permettersi tre fette di salame- e dei giovani disoccupati sarà in numero superiore ai lavoratori cosa diremo? “Maestro un walzer?”
Fabrizio Binacchi
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