
Quello che stiamo osservando in Italia e in gran parte dell’Occidente non è semplicemente un insieme di episodi isolati: scioperi, prese di posizione della magistratura, docenti israeliani allontanati dalle università, cartelli discriminatori nei negozi, manifestazioni anche violente che si moltiplicano, ma l’emersione di un fenomeno che ha la forma inquietante del delirio collettivo. Non c’è alcuna proporzione tra la realtà geopolitica e la reazione che suscita: migliaia di conflitti attraversano il pianeta, con morti a decine di migliaia, con stupri etnici pianificati come strumenti di guerra, con campi di concentramento e veri genocidi certificati, eppure nulla di tutto ciò diventa catalizzatore di ossessione.
Solo Israele, unico tra i popoli, catalizza su di sé un’attenzione ipertrofica, spropositata, totalizzante.
Non è più una questione di politica estera o di legittima critica: ciò a cui assistiamo è il riflesso di quella dinamica che Freud e, più tardi, la sociologia della folla hanno definito “logica del capro espiatorio”. Le masse, nell’incapacità di confrontarsi con la complessità del mondo, scelgono un bersaglio unico, una figura simbolica che concentri e fissi le angosce diffuse, i rancori sociali, i fallimenti di civiltà. Israele diventa così la superficie su cui si proietta un malessere senza nome, il feticcio negativo che consente all’Occidente di inscenare una catarsi illusoria.
Ma il meccanismo non si esaurisce nel registro simbolico: esso produce conseguenze tangibili, come la censura e l’esclusione di intellettuali israeliani, la trasformazione delle università in tribunali morali, la presa di posizione di corpi istituzionali che, piegandosi alla pressione delle folle, smarriscono la propria funzione. È il paradosso della democrazia che si auto-sospende: la razionalità cede il passo alla pulsione, la critica si fa inquisizione, il diritto si piega al grido della piazza.
In questo quadro, Israele non è più un Paese con le sue contraddizioni, le sue politiche e le sue oggettive responsabilità, ma il segno di un’ossessione planetaria, la rappresentazione privilegiata di un’alterità da condannare. Non perché lo imponga la realtà dei fatti, ma perché così funziona la psicologia delle masse: attraverso l’estraniazione e la stigmatizzazione di un singolo soggetto, la collettività si illude di aver dato ordine al caos e senso all’insensato.
Questa ossessione univoca, che si alimenta di semplificazioni e di rituali di esclusione, ci dice molto meno su Israele e Palestina di quanto non riveli, invece, sullo stato mentale dell’Occidente: un corpo sociale incapace di reggere la complessità, che si rifugia nell’antico gesto del sacrificio simbolico, convinto di purificarsi eliminando l’Altro, mentre in realtà non fa che riprodurre il più antico dei fantasmi politici.
Davide Pacifici

Lascia un commento