C’è un po’ di zoologia di cui tener conto, nella recente riforma del Credito Cooperativo.
Sembrava infatti che tutto il sistema fosse pronto a ingoiare il rospo del ferreo patto di coesione con una holding di controllo, quando è arrivato imprevisto il volo di un cuculo, l’uccello dispettoso che deposita l’uovo nei nidi altrui.
All’ultimo momento, infatti, il decreto ha ospitato la norma che consente alla Casse Rurali con un capitale di almeno 200 milioni, di sottrarsi ai vincoli che si troveranno sulla testa, e privatizzarsi in forma di spa, semplicemente pagando l’obolo del 20% di quanto accumulato a riserva, magari in più di cento anni di storia.
Se Il cuculo in questione è il presidente del Consiglio, certamente non è elegante il fatto che nello spazio di 40 km da Rignano Fiorentino, suo nido anagrafico, ci sia la possibilità, con questa norma, di creare un nuovo polo del credito formato da alcune Casse toscane che potranno avvalersi dell’eccezione.
Il problema non è di poco conto. Quel capitale è definito da sempre (la prima Cassa rurale italiana è del 1883), assolutamente “indivisibile”, cioè non assegnabile in nessun caso ai soci. Questa è la regola ferrea che caratterizza il sistema cooperativo e che giustifica vantaggi fiscali che negli anni sono stati decrescenti, ma che oggi sono pur sempre del 33%, non solo del 20%. Ora, invece, chi ha alle spalle avi lungimiranti che hanno messo da parte fondi cooperativi ragguardevoli, possono andarsene pagando un biglietto di uscita e tenersi l’80%, per capitalizzare una nuova Banca fatta di soci privati, senza che questi debbano aprire subito il portafoglio.
Un precedente inquietante anche per chi non sta nel credito, innanzitutto le altre cooperative, ovviamente, ma anche altri settori, perché se si comincia a dire che un contratto con lo Stato può essere modificato dall’oggi al domani, tutto diventa precario e a rischio, dai diritti acquisiti pensionistici fino, è già accaduto, alla tassazione dei titoli pubblici dichiarati solennemente intangibili.
Gli osservatori prevedono che questa vantaggiosa way out non passerà in Parlamento e che accadrà il contrario e cioè che verranno tutelati coloro che restano, lasciando liberi gli altri – in fondo sarebbe anche giusto – di non accettare le nuove regole e andarsene, però senza incentivazioni troppo generose, o anche di aggregarsi raggiungendo i limiti del miliardo di euro stabilito per le holding.
Il rischio però è che la dura opposizione al decreto metta in forse anche le sue parti migliori.
363 Casse Rurali sono troppe nell’epoca della globalizzazione, e non per mere ragioni dimensionali, perché il caso vuole che le più sane, in Italia, siano contemporaneamente la più grande, quella di Roma, e la più piccola, quella di Mozzanica (Bergamo). Se mai, c’è la necessità di lavorare sui fondamentali di quelle di mezzo.
Ma soprattutto il decreto esprime la sacrosanta volontà di salvaguardare le ragioni generali del credito – già oggetto di tanti provvedimenti restrittivi, ultimo il ben noto bail in – rispetto ad una eccessiva vicinanza ad interessi privati particolari, che è diventato l’altra faccia della medaglia della territorialità, che deve essere un valore aggiunto, non un veicolo per privilegiare gli amici degli amici.
Proprio in Toscana, il caso abnorme della Cassa Rurale già presieduta da Denis Verdini (40 milioni di crediti allegri alla “vicinanza”: moglie, fratello, società di famiglia, amici politici) è lì a dimostrare che anche la cooperazione non è sempre virtuosa.
Da qui, il severo patto di coesione stabilito dal decreto che punta a prevenire le autonomie troppo disinvolte, le sofferenze sospette, amministratori non sempre ineccepibili, cooptazioni a gogò per preservare maggioranze interne, e pilotaggi di Assemblee apparentemente democratiche.
Insomma, la nuova legge dovrà mettere ordine a un sistema spinto ad unirsi e soprattutto a rispettare norme severe, compresa la nomina dall’alto di Consigli più competenti.
Sapendo comunque che la virtù, in materia di risparmio, è un obbligo, non un optional.

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