I media, i sondaggisti e gli esperti, dopo aver fallito le previsioni sulle elezioni americane, ora tutti si affannano per inquadrare il fenomeno Trump, paragonandolo o a Reagan o addirittura a Perón. Sono in aumento negli Stati Uniti, ma soprattutto in Europa, quelli che si preoccupano per i suoi conflitti d’interessi a causa dei suoi debiti con le banche, da quelle americane a una cinese e soprattutto con Deutsche Bank, da cui ha avuto prestiti per 300 milioni di dollari per ristrutturare un palazzo a Wall Street. Sono molti quelli che scommettono, visto il suo tentativo di recuperare l’unità del Paese, su una sua revisione completa del suo programma elettorale per convergere al centro. Questo per molti è il motivo della scelta di Romney, suo nemico in campagna elettorale, a segretario di Stato. È il più moderato dei repubblicani, tanto che molti suoi elettori sono in rivolta perché non lo vogliono. Intanto scoppia un’altra grana a proposito del voto truccato, tanto che il Partito dei Verdi sta raccogliendo fondi per promuovere il riconteggio dei voti in tre Stati chiave come Wisconsin, Michigan e Pennsylvania. Non lo fanno per aiutare Hillary, ma per una questione di principio, visto che alcuni scienziati sostengono che sono state alterate le macchine per i conteggi automatici. In questi tre Stati hanno sempre vinto i democratici e proprio in questi il nuovo presidente degli Stati Uniti ha vinto sul filo di lana. Trump in due settimane ha comunque rivisto molte delle sue posizioni, a partire da quella di voler mandare in galera la Clinton, alla cancellazione della riforma sanitaria, che ora vuole mantenere con alcune correzioni, e sul muro al confine con il Messico. Su questo si limiterà a qualche nuova recinzione. Per quanto riguarda le espulsioni, si muoverà sulla stessa linea di Obama che, durante il suo mandato, ne ha effettuate per 2 milioni e mezzo. Nella sua recente intervista ha confermato una revisione drastica dei trattati commerciali, la fuoriuscita da quello Transpacifico e la volontà di ripristinare normali rapporti con la Russia di Putin. Non ha più sottolineato la volontà di voler cancellare la legge Dodd-Frank, sulla riforma della finanza voluta dal presidente uscente, e svuotata dalle lobby bancarie di Wall Street. L’altra buona notizia è quella relativa all’emergenza climatica che non è più una bufala. Il Trattato di Parigi sarà valutato con attenzione per quanto riguarda i costi che dovranno sostenere gli Stati Uniti. La posizione americana sul clima è fondamentale perché l’aumento dell’inquinamento determinato dall’uomo vede al primo posto gli Stati Uniti insieme alla Cina ed è questo il tema che affronteremo la prossima settimana. L’Organizzazione Metereologica Mondiale, lo scorso 24 ottobre, ha dichiarato che l’alterazione climatica prodotta dall’uomo è del 40%. L’accordo di Parigi sul clima, del dicembre 2015, è stato ratificato dall’India, il 4 ottobre dal Parlamento europeo mentre a settembre era già intervenuta la ratifica da parte di Cina e Stati Uniti. Grazie a queste ratifiche ci sono tutte le condizioni per l’applicazione degli impegni raggiunti alla Conferenza di Parigi. Il Trattato ha raggiunto la ratifica di 55 Paesi che rappresentano più del 55% delle emissioni globali. Ma di questo parleremo nei prossimi giorni”
Tommaso Sessa

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