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IL RISORGIMENTO ITALIANO NELLA STORIOGRAFIA LIBERALE.

di Livio GhersiMolte interpretazioni critiche del Risorgimento mettono in contrapposizione i fatti storici reali con il desiderio di un diverso corso storico immaginario. Da qui l’eterna recriminazione perché l’unificazione nazionale fu voluta e imposta da minoranze attive, con l’egemonia politica dei moderati, secondo un modello istituzionale monarchico e centralista.

di Livio Ghersi | 13 Marzo 2011

In qualunque Paese retto da liberi ordinamenti, è normale che si manifestino contrasti politici; che riguardano il modo di affrontare i problemi dell’oggi e le diverse visioni del futuro. La non invidiabile caratteristica italiana è che i medesimi contrasti politici si trasferiscano pure nel campo storiografico, mantenendo tutto il loro carico di passionalità, fino ad arrivare a radicali negazioni della storia nazionale.
Per quanto mi riguarda, penso che sia dovuto un sentimento di rispetto e di riconoscenza nei confronti di quegli Italiani dell’Ottocento che, a prezzo di durissimo impegno e di grandi sacrifici, riscattarono il nostro Paese dalla condizione di territorio dominato e sfruttato da potenze straniere e lo portarono allo stesso livello dei più progrediti Stati europei.
Oggi i fautori della “Padania”, o i meridionali nostalgici dei Borboni, riescono ad avere ascolto e trovare seguito là dove c’è un’ignoranza storica conclamata e compiaciuta di sé. Per battere le tendenze centrifughe e disgregatrici è importante recuperare i solidissimi argomenti della storiografia liberale. Penso certamente a Benedetto Croce; ma non soltanto a lui. Ad esempio, molto si può imparare dalla lettura di Adolfo Omodeo. Omodeo nacque a Palermo nel 1889. Si affermò nel campo degli studi a Napoli, ma dovette scontare una condizione di emarginazione per la sua coerente azione di opposizione al fascismo, condotta a fianco di Croce. Morì a Napoli nel 1946, prima che si tenessero le elezioni dell’Assemblea Costituente. Fu autore di importanti saggi come L’opera politica del conte di Cavour (1848-1857), L’Età del Risorgimento italiano, Difesa del Risorgimento.
Molte interpretazioni critiche del Risorgimento mettono in contrapposizione i fatti storici reali con il desiderio di un diverso corso storico immaginario. Da qui l’eterna recriminazione perché l’unificazione nazionale fu voluta e imposta da minoranze attive, con l’egemonia politica dei moderati, secondo un modello istituzionale monarchico e centralista. Quando, invece, sarebbe stato meglio se il processo di unificazione fosse stato supportato da larga e convinta partecipazione popolare, fosse stato guidato da politici con ideali democratici avanzati, si fosse realizzato mediante un assetto istituzionale federalista.
Non a caso ho richiamato Omodeo; egli, ad esempio, ha insegnato che il processo di revisione è “inutile in sede storica, perché factum infectum fieri nequit”, cioè non si può annullare quanto è avvenuto. Bisogna, invece, sforzarsi di comprendere perché le forze storiche reali abbiano fatto prevalere certe soluzioni, invece di altre, astrattamente possibili e magari più desiderabili, ai nostri occhi di osservatori distanti dagli avvenimenti.
Un approccio storico realistico non può prescindere da due dati strutturali. Il primo è che, in un Paese profondamente cattolico, la necessità di ricondurre alla sovranità italiana vasti territori per secoli dominati dallo Stato della Chiesa, rendeva i patrioti italiani invisi all’opinione pubblica cattolica. In ciò si coglie la debolezza dello stesso partito moderato, che non poté consolidarsi nella sua naturale area di consenso sociale. Il secondo dato strutturale è che l’economia del Paese era prevalentemente agricola e fra le grandi masse rurali del Mezzogiorno, nel 1860, e ancora per tutto l’Ottocento, l’analfabetismo costituiva la regola. Nel Sud era più facile suscitare un movimento reazionario di massa, filoborbonico e filoclericale, che fare attecchire progetti illuminati tendenti ad ordinamenti liberi e riforme sociali. Quanti puntarono sul brigantaggio contro l’Italia unita, avevano in mente un precedente storico, che serviva come modello di riferimento: “l’Esercito della Santa Fede”, anche detto “Armata cristiana e reale”, guidato dal Cardinale Fabrizio Ruffo, che si era battuto contro i giacobini francesi e nel 1799 aveva travolto la Repubblica Napoletana.
Per quanto riguarda Benedetto Croce, il suo contributo non è limitato alla produzione storiografica. Seguendo la lezione di Francesco De Sanctis, Croce intese perfettamente l’importanza della letteratura, come chiave dell’anima di una Nazione. Siamo e ci sentiamo Italiani perché parliamo la lingua di Dante, di Petrarca, di Machiavelli, di Alfieri, di Foscolo, di Manzoni; perché ci sentiamo parte di una comunità spirituale permeata ed educata dai pensieri e dai sentimenti di questi e di tanti altri Autori, non meno significativi. Il concetto di Patria, sempre richiamato da Croce, ha rilevanza su un piano etico-politico; significa comunanza di lingua, di tradizioni, di memorie, senso di appartenenza ad una storia comune. L’amor di Patria non va confuso con il nazionalismo, che invece è un fenomeno negativo, essendo caratterizzato da un atteggiamento aggressivo nei confronti degli altri popoli, nell’intento di dominarli.
Oggi va di moda il federalismo e si tende a dare a questa parola il significato più ampio possibile: fino a ricomprendervi concezioni che, fino a poco tempo fa, sarebbero state ricondotte al principio di autonomia, la cui portata è ben più ampia. Ad esempio, don Luigi Sturzo era un autonomista; ma quanti si richiamano a lui sembrano divenuti incapaci di distinguere tra favore per le autonomie regionali e locali, da un lato, e modello di Stato federale, dall’altro. Così, nelle vicende del Risorgimento italiano, Carlo Cattaneo fa la figura di chi aveva visto meglio di ogni altro.
Come sappiamo, il punto di vista di Cattaneo rimase minoritario. Certamente, non soltanto perché contrario agli interessi dinastici di Casa Savoia. Rimase minoritario perché si scontrava con difficoltà reali. Basta considerare il fenomeno del brigantaggio, che aggravò i problemi del Mezzogiorno. L’ex Regno delle Due Sicilie contava sedici province di terraferma, alle quali si aggiungevano sette province della Sicilia: un totale di 23 province, quando il numero complessivo delle province italiane sarebbe arrivato a 69 con l’annessione del Veneto, dopo la terza guerra d’indipendenza nel 1866. Ciò significa che la condizione del Meridione, che riguardava una porzione così rilevante del territorio nazionale, non poteva non pesare anche sul modello organizzativo del nuovo Stato unitario e sull’insieme dei rapporti fra Governo centrale e realtà locali. Gli storici non prevenuti dovrebbero convenire che non fosse concretamente percorribile la scelta di riconoscere ampie autonomie locali nel momento stesso in cui occorreva contrastare, con metodi militari, un fenomeno così capillarmente diffuso come quello del brigantaggio meridionale.
Il federalismo repubblicano di Cattaneo fu osteggiato, in primo luogo, dal repubblicano Mazzini, che voleva realizzare l’ideale unitario e non lasciare sopravvivere, sotto mutata forma, i principali Stati pre-unitari. Infatti, l’unica versione storicamente rilevante del federalismo, che aveva ottenuto anche larghi consensi nell’opinione pubblica italiana al tempo della prima guerra d’indipendenza nel 1848, non era stata quella d’ispirazione repubblicana, ma quella propugnata da Vincenzo Gioberti, cui si doveva il progetto di una Federazione degli Stati italiani esistenti con il patrocinio del Papa. Faccio riferimento al libro del Gioberti, “Del primato morale e civile degli italiani”, pubblicato a Bruxelles nel 1843; il testo di riferimento della corrente di opinione pubblica che fu detta “neoguelfa”.
Nel mese di settembre del 1860, Cattaneo si recò a Napoli e cercò di convincere Garibaldi a differire il plebiscito per l’annessione del Mezzogiorno al Regno d’Italia, suggerendogli di convocare prima elezioni per costituire un’assemblea rappresentativa dei territori dell’ex Regno delle due Sicilie. In questo modo, la predetta assemblea avrebbe garantito l’autonomia della popolazione meridionale anche nel contesto del nuovo Stato unitario. Giuseppe Garibaldi, che credeva nell’ideale italiano unitario, accolse con grande cortesia Cattaneo, ma non tenne in alcuna considerazione i suoi consigli.
Al di là delle ricostruzioni storiche, è falso che Carlo Cattaneo avversasse l’unificazione nazionale italiana. Nel suo libro “Dell’insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra”, pubblicato nell’edizione italiana agli inizi del 1849, egli scrisse che: “non vi è grandezza, né forza, né maestà che sia maggiore di quella dell’universa nazione. Solo l’Italia può parlare da eguale alla Germania, alla Francia, all’Inghilterra”. Oltre agli Stati italiani federati, che avrebbero conservato ciascuno il proprio assetto e ampie autonomie, voleva un ordinamento federale che avrebbe avuto il proprio organo fondamentale in un “congresso nazionale”, ossia in un’assemblea rappresentativa dell’intera Italia.
Nella conclusione de “L’opera politica del conte di Cavour”, Omodeo ha scritto di “questa curiosa vicenda per cui, a volta a volta, e Mazzini e Cavour e Garibaldi vedon corretta, limitata e modificata nell’urto reciproco la propria opera e ognun d’essi compie una funzione specifica e distinta e le opere loro s’integrano oltre le loro mire”. Si tratta di una costante dell’interpretazione omodeiana del Risorgimento italiano. Già nel 1927, nel saggio “Il realismo di Cavour”, aveva affermato che “il Risorgimento ebbe e serbò il carattere dialettico di forze contrastanti e collaboranti”. Le opere storiche di Omodeo attestano quanta stima egli nutrisse nei confronti di Cavour; una stima supportata da ragionamenti lucidi e capace di trasformarsi in argomenti per conquistare i dubbiosi. In Omodeo c’è però la radicatissima convinzione che Cavour non sarebbe stato quello che fu senza la critica pressante di Mazzini. Critica che rese più forte Cavour nei suoi rapporti con il sovrano francese Napoleone III.
Come ha ben scritto Omodeo, Giuseppe Mazzini rappresenta la purezza dell’idea italiana: “la coscienza pubblica non avrebbe ammesso un mercato del territorio nazionale”, perché era stata educata ad immaginarsi l’Italia una attraverso la predicazione mazziniana.
Penso, comunque, che Cavour sia la figura storica centrale da mettere a fuoco, senza nulla togliere all’importanza degli altri protagonisti (Mazzini, Garibaldi, Vittorio Emanuele II, eccetera). Dare la preminenza a Cavour, significa pure considerare il Risorgimento da un particolare punto di vista: l’attenzione si sposta dagli anni 1848-1849, il periodo romantico, il periodo dell’esaltazione ideale, sia che si trattasse dell’ideale repubblicano di Mazzini, sia che si trattasse del progetto di una Federazione degli Stati italiani con il patrocinio del Papa, secondo la visione di Gioberti, agli anni del realismo, del gran lavoro di tessitura diplomatica, fino al quasi miracoloso precipitare degli eventi nello straordinario biennio 1859-1860.
L’aggettivo “miracoloso” non è usato a caso. Basta considerare che soltanto quattro anni prima si era tenuto il Congresso internazionale di Parigi, per trovare nuovi equilibri fra le potenze europee, dopo la guerra di Crimea. Allora Cavour era riuscito ad ottenere che, a conclusione di quel Congresso, nel mese di aprile del 1856, si parlasse della situazione italiana. In quel momento né lui, né qualsiasi altro statista o diplomatico europeo, potevano prevedere cosa sarebbe successo in Italia da lì a qualche anno.
In particolare, nessuno avrebbe potuto prevedere che uno Stato vasto e densamente popolato come il Regno delle Due Sicilie, dotato di un esercito apparentemente forte, almeno stando ai dati numerici, potesse sgretolarsi sotto l’urto di un migliaio di camicie rosse garibaldine, armate in modo inadeguato. Eppure i fatti parlano chiaro: tra lo sbarco a Marsala (11 maggio 1860) e l’ingresso di Garibaldi a Napoli, accolto come un trionfatore (7 settembre 1860), intercorrono appena 119 giorni. Evidentemente, il Regno borbonico cadde perché era marcio fino al midollo, minato dalla sfiducia, tradito in primo luogo da quanti, per i ruoli ricoperti, avrebbero dovuto sostenerlo e difenderlo.
L’ultimo re della dinastia dei Borbone di Napoli, Francesco II, dopo essersi arreso a Gaeta il 13 febbraio del 1861, si rifugiò a Roma, presso lo Stato Pontificio. Fra i briganti c’erano anche lealisti borbonici, che erano in collegamento con Roma e ne ricevevano sostegno, pure finanziario. C’era una coincidenza di interessi fra i lealisti borbonici e la politica dello Stato Pontificio, che si sentiva direttamente minacciato dall’unificazione nazionale italiana ed in ogni modo la contrastava. La Chiesa usava le proprie armi spirituali: l’8 dicembre 1864 fu pubblicata l’enciclica “Quanta cura” di Papa Pio IX; unitamente ad essa venne pubblicato “Il Sillabo”, elenco di 80 proposizioni che evidenziavano i “principali errori dell’età nostra”.
Val la pena ricordare quanto scrisse Silvio Spaventa nei confronti di chi aveva fomentato e alimentato il brigantaggio: “Marchio più rovente di infamia non fu mai impresso ad una causa, che, non avendo saputo difendersi in campo col valore delle armi, ricorreva al braccio di ladri e di assassini, capaci di ogni specie di scelleratezze, confidando che l’odio dei popoli, che ne erano vittima, nuocerebbe più al governo, che si chiariva impotente a reprimerle, che non agli istigatori, per cui conto e nome quelle scelleragini erano consumate”.
Quando Cavour formò il suo primo governo, nel novembre del 1852, egli dimostrò subito di avere chiaro che le possibilità di espansione del Regno di Sardegna erano strettamente legate alla sua capacità di farsi carico della causa italiana; e che per poter essere idealmente attrattivi nei confronti degli altri Italiani occorreva puntare sulle riforme, sulla modernizzazione, sulla crescita della ricchezza.
Il Regno di Sardegna non soltanto fu l’unico Stato italiano che conservò e tenne fede ad una Costituzione, lo Statuto Albertino, che riconosceva le libertà dei cittadini e delineava libere istituzioni rappresentative. Non soltanto fu l’unico Stato italiano che resistette e si oppose alla preminenza dell’Austria nella penisola italiana. Quando, si ricordi, all’indomani del fallimento dei moti del biennio 1848-1849, l’Austria — oltre ad avere il diretto dominio della Lombardia e del Veneto, così come pure del Trentino, del Friuli e di Trieste — teneva proprie truppe nelle cosiddette Legazioni (Ferrara, Ravenna, Forlì, Bologna) facenti parte dello Stato Pontificio, ad Ancona, anch’essa parte dello Stato Pontificio, nei due Ducati di Parma e di Modena, nel Granducato di Toscana. Eccettuata la Toscana, da cui le truppe austriache si ritirano prima, quasi tutti questi presìdi militari durano fino al 1859. Il Regno di Sardegna fece eccezione anche perché accoglieva gli esuli politici provenienti da ogni parte d’Italia: dalla Lombardia, dal Veneto, dalla Toscana, dalla Romagna, dall’Emilia, dal Napoletano, dalla Sicilia. Ha scritto Adolfo Omodeo: “il Piemonte traeva sempre maggior vantaggio dagli immigrati, assumessero o no la cittadinanza sarda. Era un acquisto simile a quello che Inghilterra e Olanda avevan fatto centocinquanta anni avanti con gli esuli ugonotti. Erano nella maggior parte uomini di cultura, e la cultura nell’800 primeggiava nella gerarchia dei valori della vita europea”. Per comprendere questo riferimento, va ricordato che nel 1685 in Francia, per volere di Luigi XIV, fu emanato l’Editto di Fontainebleau. Questo, oltre a revocare formalmente l’editto di Nantes del 1598, che a lungo aveva garantito la condizione degli Ugonotti, cioè dei francesi di confessione protestante, sancì che da quel momento in poi i protestanti potevano restare in Francia a condizione di non esercitare più il loro culto. L’Editto di Fontainebleau concludeva una lunga fase di persecuzioni e di vessazioni nei confronti dei protestanti. La conseguenza fu che centinaia di migliaia di Ugonotti scelsero l’esilio, rifugiandosi soprattutto in Inghilterra e nei Paesi Bassi, ma anche in Prussia.
Laddove altri parlano sprezzantemente del “partito moderato”, lo studio della storia mi ha insegnato ad apprezzare le persone che sostennero e continuarono la politica di Cavour (purtroppo morto il 6 giugno 1861). Sia per le qualità personali, sia per la loro esemplare dirittura nell’amministrazione della cosa pubblica. Voglio ricordare quelle che, secondo me, sono le sei personalità più significative della Destra storica: Luigi Carlo Farini, Bettino Ricasoli, Giovanni Lanza, Quintino Sella, Marco Minghetti e Silvio Spaventa. Il più vecchio fra loro era Ricasoli, nato nel 1809 (un anno prima dello stesso Cavour); il più giovane era Sella, nato nel 1827. I luoghi di nascita dei primi cinque si trovano nell’Italia del Centro-Nord, anche se gli attuali leghisti non lo sanno, o lo hanno dimenticato. Come hanno dimenticato i legami politici fra l’abruzzese Spaventa e la città di Bergamo che, a partire dal 1877, per quattro volte lo elesse proprio deputato (Legislature XIII, XIV, XV e XVI), con il convinto sostegno dell’ex sindaco e senatore Giambattista Camozzi.
Tenuto conto delle difficoltà con cui si dovette misurare, sono di straordinaria importanza le realizzazioni della Destra nel quindicennio in cui governò il Paese, dal 17 marzo del 1861, data della proclamazione del Regno d’Italia, fino al 18 marzo del 1876, quando si determinò la cosiddetta “rivoluzione parlamentare” e il governo presieduto da Minghetti venne messo in minoranza. Quei politici della Destra storica erano tutti rispettosi del sentimento religioso ed alcuni di loro erano convintamente cattolici; eppure, riprendendo le posizioni del Cattolicesimo liberale tanto autorevolmente sostenute da uomini come Alessandro Manzoni, o Raffaello Lambruschini, si batterono contro il potere temporale, affinché la Chiesa fosse liberata da minute questioni di governo di territori, e si dedicasse interamente alla missione spirituale che le è propria. Questo e non altro era il significato originario della nota formula di Cavour: “libera Chiesa, in libero Stato”. In seguito, nella stessa Chiesa Cattolica avrebbe cominciato ad affermarsi l’idea che l’unificazione italiana, proprio per le sue conseguenze sul modo di essere e di operare della Chiesa, avesse realizzato un disegno della divina Provvidenza. Ricordo dichiarazioni di Papa Paolo VI in tal senso.
Le realizzazioni non sono mai all’altezza dei desideri; ma è innegabile che si siano determinate effettive e profonde modificazioni della realtà preesistente e che queste modificazioni tendessero verso una prospettiva di progresso per tutti: vivere in un ordinamento libero, in una condizione di maggiore indipendenza da potenze straniere, con enormi potenzialità di sviluppo economico e di crescita civile, insite nel fatto stesso della fuoriuscita dalla dimensione più angusta degli Stati italiani pre-unitari.
Do l’ultima parola sempre ad Omodeo: “Di che ci si duole? Che il Risorgimento non abbia concluso tutto? Che ci abbia lasciato ciò che è condizione essenziale di vita, un compito intorno a cui travagliarci?”.
Palermo, 08 marzo 2011

Livio Ghersi
Palermo

Pubblicato in : Primo piano

Info Livio Ghersi

Livio Ghersi, laureato in giurisprudenza, è stato funzionario dell’Assemblea regionale siciliana, con la qualifica di Consigliere parlamentare. Oggi, pensionato, si dedica a studi di storia, filosofia, teoria politica.

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