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Il Renzi 2013, versione candidato segretario

di David Allegranti | 12 Agosto 2013

Tutto scorre, il Renzi del 2013 ridisegna la sua leadership adattandola al contesto congressuale, alla platea di riferimento, accollandosi anche il rischio di un eccessivo spostamento a sinistra.

matteo-renziServe un simbolo più grande, più luminoso, serve la scritta Pd ben visibile, a uso di telecamera e di militante, serve che la bandiera del partito, dietro le spalle, sia insieme a quella italiana, e che non ce ne siano altre a far confusione (via la bandiera europea!).
Mercoledì, Bosco Albergati, immagini dal backstage renziano: c’è il portavoce del sindaco, Marco Agnoletti, che prepara il palco prima del “comizio” (eh sì!). C’è un nuovo format, e lo vedi subito quant’è diversa questa campagna elettorale per la segreteria del Pd da quella per le primarie per la premiership (anche se poi, secondo il Rottamatore, alla fine tutto dovrebbe coincidere), lo vedi subito quanto sarà diverso il Renzi in versione candidato segretario, lui che si riteneva non adatto a farlo, che gira per le feste del Pd senza video da proiettare e senza Giorgio Gori che prova a sgattaiolare sul camper. E pensare che le bandiere del Pd non ce le voleva, fino a qualche tempo fa, non c’erano per esempio, alla prima Leopolda, nel 2010, quando furono i Giovani Democratici a metterne una, che però restava ben nascosta in un angolo, appesa al loro banchino, e non c’erano nella stagione 2008/2009 delle primarie comunali da conquistare.
Ma panta rei, tutto scorre, il Renzi del 2013 ridisegna la sua leadership adattandola al contesto congressuale, alla platea di riferimento, accollandosi anche il rischio di un eccessivo spostamento a sinistra, come sottolineavano ieri — su fronti diversi —­Pierluigi Battista sul Corriere della Sera, elencando la progressiva trasformazione del sindaco che potrebbe renderlo, oggi, inviso a un elettore di centrodestra, terreno in cui, da sinistra, è sempre stato imbattibile, e Giuliano Ferrara sul Foglio, che gli ha consigliato di non fidarsi troppo dei suoi nuovi amici del gruppo Espresso, che lo vogliono far aderire al conformismo antiberlusconiano da cui lui, finora, si è sempre tenuto alla larga. La celebre trasversalità renziana, insomma, potrebbe risentirne, ma il rischio è da calcolare, perché per vincere un congresso non si può dire soltanto che vanno riconquistati i voti dei delusi del centrodestra, adesso bisogna dire che vanno riconquistati i voti del dei delusi del Pd, perché questo prepara anche il terreno alla fase due della battaglia, quella per la premiership, contro Enrico Letta. Se il tuo avversario ha la tua stessa origine culturale democristiana, se punta al tuo stesso bacino elettorale, l’unica alternativa è differenziare il prodotto. La frase chiave capire il nuovomood è stata quella sulla crisi, «che non finisce perché lo dicono i centri studi, ma quando lo dicono le famiglie». E chi più di Letta è l’uomo dei centri studi, dei think tank, dei Trecentosessanta e dei VeDrò, in virtù dei quali ha potuto negli anni stringere relazioni, rapporti trasversali, fino a diventare presidente del Consiglio?
Renzi, quindi, abbandona l’anti-antiberlusconismo per l’antiberlusconismo giudiziario, abbandona l’idea alesinian-giavazziana che il liberismo possa essere di sinistra, saluta Zingales riconsegnandolo alla scuola di Chicago, congeda Pietro Ichino e spiega che ormai non possiamo non dirci gutgeldiani, anche se ha colpito lo stesso professor Ichino il fatto che nella nuova programmazione economica non ci sia nulla proprio sul lavoro, che è —­e sarà — uno dei cardini della campagna elettorale, tema di cui ha parlato anche nell’incontro con Angela Merkel. «Il lavoro prima di tutto», era lo slogan della festa di Bosco Albergati che svettava dietro di lui, l’altro giorno, mentre Renzi menava colpi sul governo Letta, solleticando la pancia dell’elettorato pd ostile alle larghe intese, proponendosi come un campione antigovernativo, perché antilettiano e antitecnocratico, e intestandosi una battaglia generazionale («Non è tempo per noi», Ligabue).
In questo, il debito intellettuale nei confronti del suo ex architetto di programma, Giuliano da Empoli, è doppio. C’è, nella narrazione renziana, il da Empoli nel 1996, quello di «Un grande futuro dietro di noi», che auspicava la nascita di una lobby giovanile che tuttavia non appiattisse le varie diversità politico-culturali, perché sono i giovani, scriveva da Empoli, «le vittime designate di anni di malgoverno della cosa pubblica. O meglio, di anni di politiche economiche e sociali rivolte unicamente alla massimizzazione del consenso di breve periodo, alla soddisfazione degli interessi espressi da categorie forti a scapito della categoria più debole e meno rappresentata di tutte: quella delle generazioni future». Ma nell’accanimento anti-tecnocratico c’è l’ultimo da Empoli, quello di «Contro gli specialisti», in cui peraltro si critica ferocemente i super esperti che si sono inventati meccanismi finanziari per imporre la dittatura ideologica del liberismo, senza che la politica riuscisse a governare la crisi innescata dai prodotti tossici, derivati e swap.
Al netto dei cambiamenti e della diversa sfida e del diverso contesto, tuttavia, il copione è lo stesso: Renzi usa la strategia dei vasi comunicanti, la pressione che esercita sull’opinione pubblica serve perché a sua volta l’opinione pubblica la eserciti sull’avversario, in questo caso il governo Letta, che diventerà la personale scatoletta di tonno di Renzi da aprire, come Grillo voleva fare con il Parlamento italiano.
Finirà così, finirà che Renzi si presenterà come il segretario di tutti i delusi.

Pubblicato in : Editoriale

Info David Allegranti

David Allegranti, giornalista, è nato a Firenze, lavora al Corriere Fiorentino. Scrive anche su La Lettura del Corriere della Sera, su Europa e su Il Post. Ha scritto “Matteo Renzi, il rottamatore del Pd” (Vallecchi). Su Twitter è @davidallegranti.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Marzio Siracusa

    12 Agosto 2013 alle 18:40

    Domanda: quando mai le famiglie hanno parlato non attraverso i centri studi? Il mito del ritorno alla verità del popolo, nei Renzi, nei Grillo e nei Da Empoli, è puerile e ingenuo. Vecchie, vecchissime risacche.

    Rispondi

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