E’ davvero un paradosso che ogni volta che si ricorre allo strumento iperdemocratico del referendum si debba contemporaneamente raccontare qualche bugia sulla natura del quesito.
E’ accaduto per il nucleare (il voto reale era sulle compensazioni ambientali e un investimento Enel in Francia) e soprattutto per il sistema elettorale (si chiedeva solo di introdurre la preferenza unica). Eppure, da queste astuzie mediatiche, sono scaturite conseguenze epocali, nel primo caso chiudendo un’industria e una ricerca in cui l’Italia era all’avanguardia, e lasciando accese centrali a due passi dal confine, che ci portano quote rilevanti di elettricità, naturalmente da pagare ad altri che non hanno fatto referendum. Quanto al quesito sul cosiddetto maggioritario, 25 anni dopo, siamo ancora alla (vana) ricerca di un metodo elettorale sensato. La buona fede di chi dopo l’entusiasmo referendario si aspettava stabilità di governo e rapporto stretto elettori/eletti, ha avuto in cambio “porcate” varie, tra cui Governi a gogò, interi parlamenti decisi nel chiuso di due stanze, migrazioni bibliche di eletti da una sponda all’altra, con una disinvoltura sconosciuta ai peggiori suk.
Tutto ciò accade ora di nuovo per il referendum del 17 aprile, denominato anti-trivelle (anzi no-Triv, per agganciare i no Tav, della serie non c’è limite al peggio), mentre di tutto si tratta, anziché di bloccare delle trivelle. Queste hanno scavato in mare molti, in qualche caso moltissimi anni fa. Ora al loro posto c’è sostanzialmente un tubo autorizzato a succhiare, finchè il giacimento si esaurirà, soprattutto gas (39 piattaforme) e petrolio (9 impianti), dentro il limite di 22 km dalle coste adriatiche. Dovessimo chiudere il tubo lasciando dentro gli idrocarburi, come vuole il SI, l’ambiente correrebbe davvero qualche rischio, oggi proprio inesistente, anche perché le leggi europee e nazionali hanno inasprito i controlli. Are che le cozze, sotto le piattaforme, non siano sempre di ottima qualità, ma dubitiamo siano peggiori di quelle sugli scogli all’imboccatura dei porti. Uno spunto per dire no-porti?
Per venir incontro alle 9 regioni (7 PD, il partito del governo nazionale, fino a prova contraria) che hanno chiesto il referendum scavalcando la necessità di firme ai gazebi, il Parlamento ha introdotto da mesi un nuovo divieto che riguarda il futuro: niente più nuove perforazioni (questa si, una legge anti-trivelle) nel limite dei 22 chilometri. Ma non è bastato. E’ rimasto in piedi un quesito residuale, molte Regioni hanno dichiarato che se fosse stato solo per quello, non avrebbero promosso alcunchè, ma il 17 aprile si spenderanno lo stesso 300 milioni per consultare il popolo. Se vincesse il SI sarebbero a rischio un numero molto discusso ma certamente alto di lavoratori diretti e dell’indotto, 4.5 miliardi di fatturato, e per lo Stato 800 milioni di tasse e 400 di royalties.
E siccome (meno male) c’è la possibilità concreta che non si arrivi neppure alla metà del 50% più uno dei partecipanti, perché l’opzione della non partecipazione è una delle tre legittime, qualcuno – usando intercettazioni di due anni) ha fatto esplodere lo “scandalo” (fossero tutti così gli scandali…) di un polverone mediatico non in Adriatico ma in Basilicata, il luogo europeo in cui si estraeva – in terraferma – la maggior quota di metano e petrolio. Una benedizione per un Paese che fino ai primi anni ’90 era andato a cercarselo ovunque nel mondo, facendo grande l’ENI di Enrico Mattei, che aveva sfidato sette sorelline vendicative in luoghi in cui ancor oggi di tutto ci si preoccupa, tranne che dell’ambiente e del rispetto della dignità del lavoro.
L’Italia che ha chiuso il nucleare, che ha fatto scappare British Gas da Brindisi, cinque anni e 500 miliardi di lire dopo, per un terminale di rigassificazione approvato ma non mai autorizzato (un capolavoro giuridico), l’Italia che non vuole la pale eoliche che disturbano gli uccelli e accetta solo il fotovoltaico sovvenzionato in bolletta con cifre iperboliche pluriennali, si vergogna di avere petrolio in casa e, chiuderebbe un impianto da decine di migliaia di barili al giorno. Poca cosa in percentuale, ma non ci siamo sempre lamentati della pesantezza del disavanzo energetico?
Impianto comunque già bloccato dalla Magistratura, anche a causa di una ministra (espressa dalla benemerita società civile, non dalla famigerata politica) senza senso dello Stato, cinguettante al telefono.
Ma può bastare questa sventatezza a consentire il disastro economico e di buon senso nascosto dentro le urne?
E il piano B, dopo la vittoria del SI, sarebbe ancor peggio: dopo un po’ (un po’ tanto) di cassa integrazione, i lavoratori oggi a rischio potranno comunque fare altri buchi a 22 km più un metro, dove nessun referendum può arrivare.referendum

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