Un qualunquismo degno del peggior Alberto Sordi, un’irridente aria di sufficienza e delle affermazioni di sconcertante gravità: il Presidente Romano Prodi, la cui figura viene spesso accostata a quella di un bonario curato di campagna, non potrà più fare affidamento, dopo quanto accaduto a New York, sulle amicizie clericali che ogni boiardo democristiano che si rispetti coltiva con dedizione per i momenti di bisogno. Già, perché è proprio Benedetto XVI, massima autorità della Chiesa e reduce delle insulse polemiche del mondo islamico – cui Oriana, crediamo, avrebbe efficacemente saputo rispondere – ad essere al centro dell’ultimo, imbarazzante scivolone dell’ex presidente dell’Iri. Una gaffe in piena regola, che in queste ore sta scatenando una vera e propria bufera nel mondo politico e che rischia di compromettere irrimediabilmente i rapporti tra Governo e Santa Sede.
«Che cosa vuole che sappia, io, della sicurezza del Papa in Turchia? Non so nulla in proposito, vedranno le Guardie Svizzere» aveva risposto il Premier, con il consueto umorismo (in)volontario, ai giornalisti che gli chiedevano se il Pontefice, dopo l’allarme lanciato dall’ex terrorista Alì Agca –che gli aveva sconsigliato di recarsi in visita in Turchia – si dovesse o meno considerare al sicuro.
«Ma cosa vuole che sappia – ha continuato il leader dell’Unione, che si preparava a intervenire, a New York, all’Assemblea Generale dell’Onu – della sicurezza del Papa in Turchia? Non lo so, non so quale sia la fonte del Vaticano, non so assolutamente niente su questo. Perché dovrei rispondere alla domanda? E’ una forma di rispetto nei vostri confronti.»
Affermazioni pesanti, che spingono l’ex Presidente del Senato, Pierferdinando Casini, ad arrivare alla conclusione che «il jet lag gli ha dato alla testa».
Quella del Presidente è «una battuta autolesionista» secondo Daniele Capezzone, esponente della maggioranza, che non ha dubbi sul fatto che «Prodi abbia Tafazzi tra i suoi spin doctor».
Non meno sferzanti le dichiarazioni di Ignazio La Russa (Alleanza Nazionale) e Renato Schifani (Forza Italia), allarmati «per la sua salute mentale», e dell’ex Ministro degli Interni Pisanu, che definisce l’uscita del premier «una battuta infelice ma potenzialmente pericolosa.»
Pericolosa se non altro per la stabilità della maggioranza, al cui interno l’insofferenza verso il Professore matto, l’uomo delle mediazioni e dei compromessi, il leader senza partito di tanti partiti, si fa ogni giorno più tangibile, alimentando il sospetto che, ancora una volta, l’eterno rivale D’Alema finirà per spuntarla.
Ma questo è un film già visto.
Giulio Laroni
g.laroni@pensalibero.it

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