
Lo scorso 4 novembre, cioè un po’ prima che la situazione politica prendesse l’attuale fisionomia, avevo colto una frase del prof. Mario Monti: “Il problema non è tecnico, ma di passare ad un’altra politica”. Al di là di qualsiasi commento sul nuovo governo Monti, credo che questa frase indichi molto bene la traiettoria da seguire e dice ciò di cui il Paese ha estrema necessità: “Un’altra politica”. Non quella della partitocrazia. Insomma, una politica “altra” non va confusa con l’attuale partitocrazia. Non è che un governo è “politico” perché ci sono dentro esponenti della partitocrazia dominante o dell’oligarchia al Potere. Non è questa “un’altra politica”. Né può essere “altra” una scelta tecnocratica, cioè una scelta tutta incentrata sui cosiddetti “tecnici” perché il problema, come aveva giustamente affermato il prof. Monti il 4 novembre scorso, non è “tecnico”, ma politico. Un governo è politico, però, se fa scelte politiche, se ha una mission politica, se ha un orizzonte politico: come può essere, per esempio, l’Europa federale o la Riforma liberale delle istituzioni e della Giustizia. Se si hanno orizzonti politici anche i nomi dei ministri corrisponderanno a scelte politiche. Se invece si assumono scelte tecniche, come lo sono quelle del nuovo governo Monti, allora i nomi saranno esclusivamente di tecnici. Con la conseguente ipoteca posta dalle segreterie dei partiti sul governo stesso. Compresi eventuali veti. Quelli passati e quelli che potrebbero sopraggiungere strada facendo. Ad esempio, il dilemma se Gianni Letta o Giuliano Amato siano da considerarsi dei politici o dei tecnici mi sembra un discorso allucinante, da manicomio! Quella che si è vista in questi ultimi giorni e che ha posto i veti su Amato e Letta è una partitocrazia elevata alla ennesima potenza. La via di uscita a questa situazione è quella di “passare ad un’altra politica”. E’ ciò che dovrebbe fare chi ha cuore la prospettiva federalista, liberal-democratica e riformatrice del nostro Paese e dell’Europa tutta. Il governo Monti nasce tecnico. Il rischio è che, non riuscendo ad essere politico, potrebbe risultare assai presto come un’espressione della partitocrazia e, dunque, risulterebbe inesorabilmente ingabbiato dalle logiche delle burocrazie di partito. Dipende da ciò che questo governo vorrà fare. Perché il problema non è tecnico, ma è più profondo. Più grave. Molto più serio. Il problema è di passare dalla partitocrazia alla politica, un’altra politica.

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