
Nei giorni scorsi in occasione di un riuscitissimo convegno promosso dalla UIL e dalla UIL Pensionati, Domenico Proietti ha messo a disposizione di chiunque abbia voglia di discutere di previdenza in modo serio, e senza preconcetti, analisi e proposte che rappresentano un contributo, anche per evitare il rischio che ancora una volta, in materia di previdenza abbiano il sopravvento coloro che si dilettano ad abbaiare alla luna.
Abbiamo di fronte quindi una situazione che richiede intanto una incisiva operazione verità. Spiegare a tutti che le pensioni di anzianità rappresentano ormai un diritto del tutto residuale e che tra finestre e finestrelle, anche i pochi che potranno usufruirne andranno in pensione solo dopo aver superato i 60 anni.
Va anche chiarito che esiste già oggi un numero significativo e purtroppo crescente di lavoratori che potremmo definire “esclusi dal lavoro per ragioni di età”. Quelli cioè che una volta perso il lavoro a 50 anni non riescono a ricollocarsi. Basterebbe interpellare associazioni come l’Associazione Over 40 per avere un panorama preciso di una realtà che sta diventando drammatica per decine di migliaia di cittadini italiani.
Nessun serio giornalista, politico o economista, che si trovi di fronte a un lavoratore che può ancora usare le regole sull’anzianità e a due o tre ultracinquantenni non ricollocabili di fatto per ragioni di età, potrebbe mai negare che il problema non è la persona che può andare in pensione di anzianità.
Seguendo i dibattiti televisivi o leggendo i giornali si ha spesso l’impressione che molti degli intervenuti non conoscano le leggi vigenti. Si ignora, o si fa finta di ignorare, che le nostre regole sulle pensioni di vecchiaia sono eguali se non più dure di quelle tedesche.
Perché non dire che intanto le leggi in vigore, per quanto riguarda le pensioni di vecchiaia, cancellano già ogni riferimento ai 60 anni. Come è possibile che esistano giornalisti, esperti o politici che continuano a parlare di pensioni baby, facendo tornare alla mente l’esempio del giapponese che dopo trent’anni non sapeva che la guerra era finita!
Dai dati forniti dall’INPS emergono inoltre verità che nessuno dovrebbe ignorare.
La gestione del fondo lavoratori dipendenti è l’unica gestione, dell’intero sistema previdenziale italiano a “scoppiare di salute”, come potremmo affermare, certo esagerando un poco. Oltre dodici milioni e mezzo di iscritti, e quindi di contribuenti, nove milioni e mezzo di prestazioni erogate e quindi di pensioni. Centoundici miliardi annui di entrate, e centosei miliardi di uscite per pensioni.
So bene che un confronto con tutte le altre gestioni, compreso il settore pubblico, comporta il rischio di alimentare polemiche e divisioni interne al mondo del lavoro e di sottovalutare il dato che in quasi tutte le gestioni il numero dei contribuenti è inferiore, a volte con un rapporto di 1 a 3, al numero delle prestazioni da erogare.
Sono questi dati che si conoscono da tempo e che confermano che i lavoratori dipendenti, in nome della solidarietà interna al sistema, che rischia però di diventare a senso unico, finiscono obiettivamente col pagare qualcosa per tutti a scapito delle loro pensioni, che come è noto sono sensibilmente più basse di quasi tutte le altre.
Va detto che nel dibattito generale sembra, per fortuna, perdere incisività il rischio di un uso della “’aspettativa di vita”, come giustificazione di interventi a gamba tesa sulla previdenza.
Sta riprendendo quota la riflessione sul problema delle entrate. Allargare la base contributiva, significa ripartire dalla Legge Dini e dal principio dell’armonizzazione, che presuppone contributi e regole uguali per tutti; trattamenti strettamente collegati all’ammontare dei contributi versati.
Allargare la base contributiva significa, innanzitutto, lotta efficace all’evasione contributiva, che può aiutare anche quella contro l’evasione fiscale.
Significa certamente anche una politica che miri alla repressione e all’emersione del lavoro nero. E infine una politica di sostegno all’apprendistato che aiuti concretamente i giovani a formarsi,e non sia strumentalizzata dai datori di lavoro per usufruire di manodopera a basso costo.
Allargamento della base contributiva significa inoltre allargamento della base occupazionale e conseguente lotta alla disoccupazione, che per diventare davvero efficace dovrebbe partire dalla constatazione che non c’è al momento, e non ci sarà per molti anni, lavoro sufficiente per tutti. E se non c’è lavoro per tutti è illusorio pensare che in assenza di una politica in grado di affrontare il problema, possa essere il libero mercato a risolverlo.
Nuove occasioni di lavoro, legalizzazione del lavoro che c’è e che si svolge in nero, ripartizione più efficace ed equa del lavoro che già esiste, potrebbero rappresentare un passo deciso in avanti per combattere il rischio del rassegnarsi e di soccombere al rischio che intere generazioni rimangano fuori o ai margini del mondo del lavoro.
Ragioniamo dunque anche sulla possibilità di sperimentare su vastissima scala scelte di metà lavoro metà pensione e di metà studio e metà lavoro.

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