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Il problema di Renzi (e nostro) è la “decrescita della crescita”. O cambia politica economica o meglio elezioni subito

di Terza Repubblica | 21 Febbraio 2016

L’articolo del Financial Times in cui si considera in via di esaurimento la fortuna del premier, ultimo di una lunga lista di editoriali ferocemente critici usciti negli ultimi giorni sulle più prestigiose testate internazionali, dalla Frankfurter Allgemeine al New York Times? O l’attacco di Mario Monti, si sospetta per conto di Draghi e con il beneplacito di Napolitano, che lo accusa di “anti-europeismo”? O, a proposito di Europa, la forzatura tedesca per imporre all’Italia una secca riduzione della presenza di titoli di Stato nei portafogli delle nostre banche? O, ancora in ambito Ue, lo schiaffo dell’esclusione (ennesima) dal vertice (affollato) che precede il Consiglio Europeo, che gli procura una rabbia che sfoga mostrando una freddezza inusitata verso la “sua” Mogherini? O, piuttosto, l’uno-due che sulle unioni civili gli hanno rifilato prima i 5stelle e poi Alfano, che lo hanno voluto umiliare proprio sul suo terreno, quello della politique d’abord? Oppure, sempre sul piano della politica interna, la bile di vedere montare da parte dell’inedito duo D’Alema-Cofferati la candidatura di Civati a Milano, che potrebbe costare cara a Sala e rischia di spalancare le porte di palazzo Marino a Parisi, indicato da un redivivo centro-destra?

Francamente, non sapremmo quale episodio sia in cima alla classifica dei tanti motivi di arrabbiatura e preoccupazione che hanno afflitto Matteo Renzi nella settimana che doveva essere consacrata alla celebrazione dei ventiquattro mesi del suo governo. Ma una cosa è certa: se noi fossimo al suo posto, al primo nella lista dei cattivi pensieri ci sarebbe la tegola che gli ha tirato in testa l’Ocse, che aggiornando le previsioni sul 2016 (peraltro datate solo tre mesi fa), ha ridotto di mezzo punto, ad un deprimente1%, la stima di crescita del pil italiano. Un terzo di meno, un taglio che rappresenta una vera e propria rasoiata alla gola del governo già alle prese con conclusione d’anno 2015 disastrosa, perché la crescita dell’ultimo trimestre è stata solo di un decimo di punto, rendendo perfetta la parabola della “decrescita della crescita” di trimestre in trimestre (+0,4%/+0,3%/+0,2%/+0,1%) e riducendo ad un misero +0,6% il risultato finale annuo, inferiore del 33% allo 0,9% previsto dal governo (ma Renzi ripeteva ossessivamente che la ripresa era così forte che il pil sarebbe crescita dell’1% e oltre). Se infatti la previsione dell’Ocse si rivelasse azzeccata – noi, da buoni gufi, ma soprattutto sentendo l’aria che tira, la riteniamo persino ottimistica – l’impatto sui conti pubblici sarebbe pesantissimo, rendendo necessaria una manovra correttiva intorno ai 50 miliardi, o decisa da Roma o imposta da Bruxelles sotto forma di applicazione delle “clausole di salvaguardia” già previste in caso di sforamento del rapporto deficit-pil rispetto ai parametri previsti. E, di conseguenza, declassando a surreale il di dibattito (all’italiana) sulla cosiddetta flessibilità. Insomma, quei numeri previsionali ci dicono che il programma del governo Renzi per il 2016 è, nei suoi contenuti politici, cancellato dai fatti economici. E per essere solo a febbraio, non è davvero cosa di poco conto.

Tuttavia, non sembri paradossale, la cosa potrebbe rivelarsi addirittura un vantaggio, se solo Renzi – e stimandolo uomo intelligente, non può non essere così – si rendesse consapevole di questo fallimento, del suo significato politico e delle sue possibili conseguenze elettorali. Perché delle due l’una: o sceglie di andare a votare subito, secondo un calcolo politico che in questa sede abbiamo fatto qualche settimana fa e che si basa sull’opportunità (naturalmente in una logica di “meno peggio”) di evitare l’uso del suo Italicum (sempre più un boomerang per lui) e di andare al voto con il metodo proporzionale; oppure, attrezza, con idee e uomini nuovi, una diversa politica economica, non più basata sull’illusoria sollecitazione drogata dei consumi, ma su una piattaforma di investimenti finanziata da una dialisi radicale della spesa, da corrente a in conto capitale, e da un recupero di risorse da reperirsi nell’ambito di una manovra di riduzione una tantum del debito pubblico da realizzarsi con la messa sul mercato di tutto il patrimonio pubblico, centrale e locale. Una politica dell’offerta, e non più della domanda, che parta dalla banale ma fondamentale considerazione che avere la produzione industriale che ristagna ai livelli del 2013 (poco sopra ai minimi del 2009) dopo una fase congiunturale – che tra l’altro sta per finire, se non è già finita – in cui si sono sommate condizioni straordinarie come la liquidità illimitata concessa dalla Bce, i tassi pressoché a zero, la quasi parità del cambio euro-dollaro, la caduta del prezzo del petrolio e delle materie prime di cui siamo importatori, beh significa che le siringhe di ottimismo iniettate da Renzi nel sistema non bastano a ridare la fiducia e a ristabilire la convenienza a produrre in Italia.

In entrambi i casi, Terza Repubblica accenderebbe ceri votivi. Perché se lo sbocco fossero le elezioni a stretto giro, in primo luogo ci risparmieremmo una riforma costituzionale sbagliata (e Renzi un referendum che rischia di perdere) e poi potremmo ridefinire un quadro di alleanze politiche più trasparente e sottoposto al vaglio democratico degli italiani. E se invece lo sbocco fosse un radicale cambiamento della politica economica, non potremmo che agevolarcene. L’importante è non continuare così.

Pubblicato in : Primo pianoTag: banche, bce, bruxelles, conti, conti pubblici, conto capitale, debito pubblico, draghi, elezioni, euro, europa, fallimento, financial times, governo, italia, manovra, mario monti, matteo renzi, mercato, milano, monti, napolitano, new york times, produzione industriale, referendum

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