
Mentre l’Unione Europea si presenta come un baluardo di pace e solidarietà internazionale, le sue scelte in materia di politica estera ed energetica stanno ricadendo in modo diretto e doloroso sulle spalle dei cittadini europei. I conflitti altrui, sostenuti dall’Europa con generosità, producono enormi utili che finiscono nelle mani delle multinazionali dell’industria bellica. Gli stessi produttori di armi che, al di là dei proclami di buone intenzioni, alimentano un mercato in crescita vertiginosa. E noi europei, in questo commercio, abbiamo una parte tutt’altro che marginale: compriamo, vendiamo, finanziamo con un’ingordigia fuori dal comune. Ma il problema non si limita al settore militare. In nome della fedeltà atlantica, la Presidente della Commissione Europea ha firmato un accordo sui dazi che avvantaggia le politiche protezionistiche americane, e ha siglato contratti per acquistare gas liquido dagli Stati Uniti ad un prezzo fino a quattro volte superiore rispetto a quello del gas russo. Una scelta che ha gonfiato le bollette, alimentato l’inflazione e colpito duramente famiglie e imprese. Come se non bastasse, l’Unione si è impegnata a partecipare alla spesa militare da mille miliardi per “difenderci” da nemici che, secondo una narrazione sempre più caricaturale, starebbero per invadere l’Europa per rubare il formaggio francese, i würstel tedeschi e magari il Colosseo italiano. Ma siamo sicuri che i predoni vengano da Est? Oppure dovremmo guardarci meglio da chi ci impone contratti capestro, da chi ha gestito con opacità la partita dei vaccini, da chi ha trasformato le istituzioni europee in una zona franca per interessi privati e lobbistici? Dopo anni di retorica e propaganda, i cittadini iniziano a capire che i sacrifici non sono stati chiesti per proteggerli, ma per assecondare strategie geopolitiche decise altrove. E il sospetto cresce: l’Europa non ci ha difeso come avrebbe dovuto, ci ha impoveriti. Forse la Presidente Ursula von der Leyen è semplicemente inadeguata al momento storico. Il suo primo mandato si è chiuso con molti più dubbi che consensi. Eppure, com’è consuetudine nei vertici europei, è stata riconfermata. Un segnale di discontinuità sarebbe stato doveroso. Una sfiducia politica, magari simbolica, avrebbe rappresentato un gesto di rispetto verso milioni di europei che si sono sobbarcati il peso di due guerre non loro e una pandemia gestita a vantaggio dei soliti noti. In queste condizioni, è lecito domandarsi: possiamo davvero sperare in un cambiamento? La risposta, al momento, è un no secco. Perché il prezzo delle guerre degli altri continua a essere pagato da noi. Sempre e solo da noi.
Angelo Santoro

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