
Ogni epoca ha il suo grande dilemma. Il nostro si chiama sicurezza. Mai come oggi chiediamo di essere protetti: dal terrorismo, dalla criminalità, dalle guerre, dalla violenza diffusa, dall’insicurezza delle città, persino dai rischi del mondo digitale. È una richiesta legittima.
Ma ogni passo verso una maggiore sicurezza apre una domanda che nessuna democrazia può eludere: quanta libertà siamo disposti a cedere? C’è un principio che dovrebbe accompagnare ogni discussione su questo tema: ogni tecnologia capace di proteggerci può anche controllarci. Non è una condanna del progresso. È la sua natura. Ogni innovazione amplia le nostre possibilità e, allo stesso tempo, il potere di chi la gestisce.
er questo il vero problema non è la tecnologia, ma chi la governa, con quali limiti e con quali garanzie. L’Occidente ha costruito la propria identità sulla tutela dei diritti individuali.
La privacy è uno dei simboli di questa conquista. Eppure viviamo una contraddizione evidente. Diffidiamo dello Stato quando chiede nuovi strumenti di controllo, ma consegniamo ogni giorno una parte della nostra vita a piattaforme digitali che raccolgono dati, tracciano abitudini, profilano consumi e orientano le nostre scelte. Difendiamo la riservatezza come principio, salvo rinunciarvi con un clic. Nel frattempo il mondo è cambiato.
Le città sono più complesse, la criminalità è sempre più organizzata e le tecnologie hanno moltiplicato opportunità e rischi. Il riconoscimento facciale è forse l’esempio più evidente. Per alcuni rappresenta un alleato prezioso nella prevenzione dei reati. Per altri è il primo passo verso una società della sorveglianza. Entrambe le posizioni colgono una parte della verità. Il confine tra tutela e controllo è molto più sottile di quanto siamo disposti ad ammettere. Alla politica spetta il compito più difficile. Non può inseguire l’emotività del momento, né lasciare che sia la tecnologia a ridefinire il perimetro dei diritti. Deve decidere quali strumenti siano compatibili con una società libera e quali limiti nessuna emergenza possa giustificare.

La storia insegna una lezione semplice. I diritti raramente vengono cancellati all’improvviso. Più spesso si restringono poco alla volta, ogni volta per una ragione che appare convincente. L’esempio più semplice è quello del casco sul motorino.
Per un adolescente è un’imposizione. Per un genitore è la condizione necessaria per concedere autonomia. Nessuno dei due ha completamente torto. La libertà non coincide con l’assenza di regole. Esiste solo quando si accompagna alla responsabilità. È qui che la domanda iniziale torna con tutta la sua forza. Un eccesso di sicurezza può comprimere la libertà. Ma anche una libertà senza regole può trasformarsi nell’insicurezza di tutti. Il problema non è scegliere tra l’una e l’altra. È decidere chi stabilisce il punto di equilibrio, con quali strumenti, con quali controlli e con quale legittimazione democratica. La sicurezza è un diritto.
La libertà anche. Una democrazia matura non sacrifica l’una in nome dell’altra. Cerca ogni giorno un equilibrio, sapendo che non sarà mai definitivo. Perché la libertà raramente scompare in un solo giorno. Più spesso arretra un passo alla volta, sempre per una buona ragione. Il difficile è accorgersi del momento esatto in cui, per sentirci più sicuri, abbiamo accettato di essere un po’ meno liberi.
Angelo Santoro

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