Il braccio di ferro tra il Quirinale e i due partiti del “governo contratto” nella formazione dell’Esecutivo nascente ha messo in luce la continuità tra le prerogative formali e sostanziali del Capo dello Stato dallo Statuto albertino, in vigore dal 1848/1861 al 1947, alla Costituzione della Repubblica. Come detto e ripetuto in questi giorni (una “scoperta” per la stragrande maggioranza dei cittadini), “il Presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questi, i Ministri” . Lo Statuto del regno di Sardegna, unica monarchia rappresentativa in Italia prima dell’unità nazionale, era ancora più netto: “Il Re nomina e revoca i suoi ministri”. I componenti del Consiglio rispondevano al sovrano più che al “primo ministro”, figura dalla gestazione lunghissima, come documentato da Aldo G. Ricci e Marco Bertoncini in “I verbali dei Governi Cavour, 1859-1861” (ed. Libro Aperto). Nella prassi la realtà fu però assai diversa. Il primato del presidente sui colleghi venne formalizzato solo il 27 marzo 1867 dal toscano Bettino Ricasoli, ma subito abrogato dall’alessandrino Urbano Rattazzi. Fu ripristinato da Agostino Depretis dieci anni dopo. Al di là della forma, sin dal 1852, con l’avvento del “centro-sinistro” pattuito tra il liberale Camillo Cavour e Rattazzi, la composizione del governo rispose sia agli intendimenti del re, Vittorio Emanuele II, sia alle intese tra i capifila della Camera dei deputati.
Con l’avvento del governo Zanardelli-Giolitti, l’articolo 6 del regio decreto 14 novembre 1901, n. 466 sancì finalmente: “Il presidente del Consiglio dei ministri rappresenta il Gabinetto, mantiene l’unità d’indirizzo politico ed amministrativo di tutti i Ministeri e cura l’adempimento degli impegni presi dal governo nel discorso della Corona, nelle sue relazioni col Parlamento e nelle manifestazioni fatte al Paese”. Pronunciati all’inizio delle legislature, i Discorsi della corona (concordati parola per parola tra il sovrano e il presidente del Consiglio, come documenta Tito Lucrezio Rizzo in “I Capi dello Stato”, ed. Gangemi) assursero a “manifesto programmatico” dell’Esecutivo. Il re esercitò potere determinante nella formazione dei ministeri, molto oltre la forza parlamentare dei governi. Non poteva essere diverso in un Paese che registrava continui cambi di compagini ministeriali. Nell’ultimo decennio dell’Ottocento si alternarono cinque primi ministri e ben dieci governi. Il quindicennio successivo non fu da meno. A Palazzo Braschi (all’epoca sede della Presidenza, con appena cinque-sei dipendenti dal magro stipendio) si susseguirono l’alessandrino Giuseppe Saracco, il bresciano Giuseppe Zanardelli, il cuneese Giovanni Giolitti, il forlivese Alessandro Fortis (due governi in pochi mesi), il pisano Sidney Sonnino, nuovamente Giolitti, poi ancora Sonnino, il veneziano Luigi Luzzatti, nuovamente Giolitti e infine il pugliese Antonio Salandra: undici cambi in quattordici anni. Anziché di età giolittiana, si dovrebbe dunque parlare di età emanuelina, perché il caposaldo dello Stato era e rimase Vittorio Emanuele III, il sovrano che di volta in volta pilotò le crisi, anche forzando la mano in colloqui segreti con i maggiorenti più fidati (come Giolitti). Era nei suoi poteri.
Messi tra parentesi i nove ministeri susseguitisi dopo l’intervento nella grande guerra (1915-1922), va ricordato che il re esercitò le sue prerogative anche nella formazione del governo dal 31 ottobre 1922 presieduto da Benito Mussolini, poi presidente per vent’anni. Come noto, il “duce del fascismo” partì da Milano la sera del 29 ottobre con la lista dei ministri. Costretto a cambiare treno a Civitavecchia per l’interruzione dei binari disposta dall’Esercito (che vanificò la leggendaria “marcia su Roma”: mai avvenuta nei termini narrati dalla vulgata pseudostoriografica), nell’ultima tratta Mussolini fu costretto a cancellare il liberale liberista cuneese Luigi Einaudi alle Finanze (sostituito con Alberto De Stefani) e il sindacalista socialista Gino Baldesi, in predicato per Lavoro e Previdenza sociale, assegnato a Stefano Cavazzoni, deputato del Partito popolare, il cui maggior esponente, Alcide De Gasperi, sostenne alla Camera il voto dei cattolici a favore del governo Mussolini.
All’esordio questo non fu né “dittatura” né regime di partito unico. Sorse come coalizione costituzionale. Comprese esponenti del Partito nazionale fascista (appena 35 deputati su 543), Nazionalisti, cattolici del Partito popolare e Democratici sociali, capitanati dal duca Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, massone. Garanti del sovrano in ruoli eminenti furono il ministro della Guerra, Armando Diaz, creato Duca della Vittoria nel dicembre 1921, e quello della Marina, l’ammiraglio Paolo Thaon di Revel, componente del Supremo consiglio della Gran Loggia d’Italia, Duca del Mare dal 24 maggio 1923.
Anche in quella svolta cruciale la Corona esercitò le proprie prerogative e imbrigliò l’irruenza del “duce delle camicie nere”, alle quali, del resto si contrapponevano quelle azzurre dei nazionalisti e i non pochi seguaci di Gabriele d’Annunzio, organizzati anche in forme paramilitari da massoni, come il torinese Giacomo Treves e Michele Antonio Chiarappa, fondatore del movimento esoterico “La Fenice”. Con la legge 24 dicembre 1925, n. 2263 sulle Attribuzioni e prerogative del capo del governo, Mussolini si scrollò di dosso il giogo del Parlamento e dei “ras” del suo stesso partito, ma non si liberò affatto dalla Corona, che conservò il potere supremo, ignorato o sottovalutato dai tanti studi sulla “diarchia”, inclusa la biografia di Vittorio Emanuele III “di fronte al fascismo” di Frédéric Le Moal (ed. Leg. Gorizia). Essa infatti recita: “Il potere esecutivo è esercitato dal Re per mezzo del suo governo. (…) Il primo ministro è Capo del Governo. Il Capo del Governo primo ministro segretario di Stato è nominato e revocato dal Re ed è responsabile verso il Re dell’indirizzo generale politico del Governo. I ministri segretari di Stato sono nominati e revocati dal Re su proposta del capo del governo primo ministro. Essi sono responsabili verso il Re e verso il Capo del Governo…”: non proni a capipartito o “poteri forti” interni e internazionali. Lo si vide anche nei ripetuti cambi alla guida dell’Economia nazionale e poi dei ministeri delle Corporazioni e dell’Agricoltura, altrettanti discontinui segmenti del Ventennio mussoliniano. Sotto il profilo normativo la Carta repubblicana vigente non si discosta molto dallo Statuto albertino.
Il braccio di ferro tra il “Capo supremo dello Stato” (come lo Statuto definì il Re) e il governo era storia antica. La sua fase più acuta ebbe luogo centocinquant’anni orsono, durante i tre ministeri presieduti dal generale Luigi Federico Menabrea, ingegnere, già deputato per sei legislature del regno di Sardegna, poi senatore: uno dei savoiardi che nel 1860 optò per il regno d’Italia (come Luigi Pelloux) e alla stregua del nizzardo Augusto Riboty, ministro della Marina con Menabrea e poi nel governo di Giovanni Lanza (1870-1873). Di alta cultura e dalla visione politica di respiro europeo (d’altronde fu a capo del governo nell’anno dell’inaugurazione del Canale di Suez), il conte Menabrea mediò tra Parlamento (più concretamente, la Camera elettiva) e il sovrano. Lo si constatò con la nomina a ministro dell’Interno di Filippo Gualterio, marchese di Corgnolo (Orvieto, 1819-Roma, 1874), deputato di Cortona nel 1860 e poi senatore. All’epoca la capitale del giovane regno d’Italia da tre anni era a Firenze. Anche se l’annessione di Roma rimaneva in vetta ai desideri, nessuno vedeva come arrivarci, per la nettissima contrarietà di Pio IX a rinunciare al potere temporale. Era sorretto dalle maggiori potenze europee, anche non cattoliche. In quella temperie i rappresentanti dell’Italia centrale fruirono di una sorta di rendita di posizione. Fu il caso del ministro delle Finanze Luigi Guglielmo Cambray-Digny (dal “duplice nome francioso” ironizzò poi d’Annunzio). Storico insigne, fautore dell’unione dell’Umbria alla corona sabauda, già promotore della rivolta antipapalina di Perugia nel giugno 1859 sanguinosamente repressa dai pontifici, nel 1860 Gualterio allestì i “Cacciatori del Tevere” e occupò Città della Pieve. Intendente generale dell’Umbria, da prefetto di Genova e di Napoli usò mano di ferro contro cospiratori antisabaudi effettivi o immaginari e fu duramente criticato. Menabrea lo volle ministro dell’Interno, su suggerimento di Vittorio Emanuele II che se ne fidava. Costretto alle dimissioni e sostituito prima con Carlo Cadorna poi da Girolamo Cantelli, egli venne nominato ministro della Real Casa. Ebbe parte molta influenza nel matrimonio tra il principe ereditario Umberto e la cugina prima, Margherita di Savoia, e in altre delicate partite contrassegnate da crescenti tensioni tra la Corona, il governo e il Parlamento. Grazie alle ricerche storiche aveva stabilito che la dedizione di Orvieto al papa (8 dicembre 1367) era stata fatta al Sacro Soglio, potere spirituale, non al Patrimonio di San Pietro, e quindi la città andava riconosciuta al re d’Italia, come anche Napoleone III convenne. A quel modo Gualterio provò che la storiografia è alta politica. Lo aveva bene compreso Carlo Alberto con l’istituzione della Regia Deputazione di Storia Patria, che accampò i titoli della sua Casa a guidare il processo di indipendenza e unificazione dell’Italia: un impegno filosofico e culturale che non ebbe uguale in nessun altro Stato italiano pre-unitario. Con somma abilità fu Gualterio a rivendicare a un Savoia la corona di Spagna. Nel 1871, con Carlo Michele Buscalioni, già alto dignitario del Grande Oriente d’Italia, accompagnò a Madrid il principe Amedeo duca d’Aosta, re di Spagna sino all’inizio del 1873. Da quell’esperienza trasse un memoriale nel quale invitò gli italiani a non calcare le orme dei “Cugini iberici”, precipitati in una repubblica caotica, infetta dal separatismo mascherato da federalismo.
Dal dicembre 1869 Gualterio era però uscito di scena da ministro della Real Casa. Infatti Giovanni Lanza, esponente della Destra storica, accettò di presiedere il nuovo governo a patto che egli venisse estromesso. Vittorio Emanuele II, amareggiato, lo congedò ma continuò a conservargli amicizia e a tributargli onori.
L’obiettivo del re fu sempre di conservare integre le proprie prerogative, come fa ora il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il sovrano lo fece anche nel Ventennio. Lo si vide il 25 luglio 1943 quando Vittorio Emanuele III impose le dimissioni a Mussolini e nominò il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio: quarto militare al governo, dopo Alfonso La Marmora, Menabrea e Pelloux (1898-1900). Nel giugno 1944 Badoglio fu sostituito da Ivanoe Bonomi, insediato capo di un governo i cui ministri vennero stabiliti non più dal re né dal suo Luogotenente, Umberto di Piemonte, ma dai partiti del Comitato di Liberazione Nazionale, senza alcuna certificazione nel consenso dei cittadini: uno scenario risanato con le elezioni della Costituente e, ancor più, con quelle del 18 aprile 1948. In principio era il Capo dello Stato, come appunto è e deve durare, nel segno dell’Unità nazionale nata dal Risorgimento e suggellata dalla Vittoria del 4 novembre 1918.
Aldo A. Mola

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