Oscar Ghiglia? E’ un fenomeno strano: il nome non è, come si dice, tra quelli di grido eppure l’ho (si fa per dire) incontrato in tantissime mostre, in varie città d’Italia, ove si lasciava notare per le due o tre sue manifatture, invariabilmente prodotti di un’arte a sé, perlomeno rispetto alla cornice a lui contemporanea. In effetti ebbe a dire della sua arte Lewellyn Lloyd: “originalissima non somigliante a nessun’altra, che non ha punti di riferimento né coi macchiaioli toscani né con l’impressionismo francese”. Ecco che, tuttavia, la percezione della sua opera mi suggerisce che la macchia toscana non possa non essere stata un riferimento, da cui pure avrebbe preso le mosse per portarsi subito o rapidamente altrove.
Nel suo “Paulo con la barca” (1918 ca.) le forme sono nitide, non si danno, non nascono dal colore (o meglio, dall’accostamento dei colori), perché il colore è rilasciato entro linee ondulate o anche geometrie semplici, comunque predefinite; non vi insistono ‘macchie’, bensì delicati gradienti cromatici e assai spesso distese campiture; così, il pittore ha soprattutto dato respiro ad una sapiente, efficace gestione della luce e, non in ultimo, ha riproposto il tema del disegno, che altrove era come nascosto o addirittura scomparso.
Se dovessi definirlo, lo direi in ogni caso un post-macchiaiolo perché la sua pennellata mi pare un superamento/sublimazione della macchia: una pennellata non avulsa ma al contrario sapida di una conoscenza e/o di una sperimentazione di quella.
Senonché le mie son chiacchiere e per di più profane. Credo varrà la pena di visitare la mostra viareggina “Oscar Ghiglia. Classico e moderno”, al Centro Matteucci di Viareggio fino al 4 novembre, inaugurata da pochi giorni e di cui è curatrice Elisabetta Matteucci: ci sono circa 50 tele dell’artista (tra cui quella sopra menzionata), tutte da collezioni private, distribuite come di consueto in sezioni che rappresentano le tappe di una evoluzione. Vi si aggiungono due opere dell’amico Modigliani, provenienti dalla Pinacoteca di Brera e dalla GAM di Torino, per offrire un riferimento obiettivo dello stretto rapporto e delle reciproche influenze tra i due artisti.
A giudicare dallo stile della sua pittura, che non è appariscente ma suscita meraviglia per il nitore, che attrae perché non è e non sa di avanguardia, di sperimentalismi ed ispira ai personaggi sulla tela una sorta di fissità non grave, evocativa dei momenti, dei silenzi della quotidianità, ebbene, a partire da tutto questo ho immaginato che Oscar Ghiglia fosse uomo di non troppe parole. Si dà per certo che avesse un carattere scontroso, non molto aperto alle relazioni sociali. Mi pareva di avere catturato dalla sua pittura, come scrive la curatrice, una certa “indole meditativa, sensibile e spesso reticente” che peraltro lo avrebbe condotto “a trincerarsi in uno spazio esclusivo sottraendosi, anche una volta raggiunto il successo, alla competizione di mostre e concorsi”. All’amico Gustavo Sforni ebbe a dire: “le persone che avvicino sono insopportabili e fan parte di quel gregge insopportabile che forma l’umanità”.
Queste qualità dell’uomo, tutt’altro che sgradite, mi hanno fatto pensare ad un altro grande pittore, statunitense e praticamente coevo, Edward Hopper, al senso di solitudine, alla difficoltà se non alla impossibilità di comunicare che trasudano le sue tele e al fatto che egli stesso, “riservato e discreto” (Lucia Aquino), abbia condotto una vita per nulla spericolata e incline alla mondanità.
Ghiglia e Hopper – ciascuno con il proprio timbro inconfondibile – sono accomunati dalla scelta di avere assecondato percorsi pittorici segnatamente personali, tutt’altro che modaioli. Questo è forse il messaggio più importante che ci hanno consegnato.
Chi l’ha detto che l’artista debba proprio sguazzare nel mare del suo tempo e soprattutto rappresentare i vieti e abusati “genio e sregolatezza”?
Paolo Marini

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