Nel
senso che serve, ancora più di ieri, una forza democratica, progressista,
ambiziosa ed aperta che metta al centro della sua azione politica alcuni grandi
temi: la lotta alle diseguaglianze, a partire da quella tra uomini e donne, la
crisi climatica, la promozione dei diritti sociali, civili, umani, la piena
inclusione.
E il PD, il PD di oggi, da solo, così come si presenta, non può farcela.
Per questo credo molto nel “dobbiamo cambiare tutto” a cui fa riferimento
Nicola Zingaretti.
Si tratta di una considerazione onesta che non lascia scampo.
Specie in un mondo come quello che viviamo, che sta affrontando per dirla con
Papa Francesco “non un’epoca di cambiamenti ma un cambiamento d’epoca”.
Un mondo, dunque, che si offre come insidioso e irrequieto, capace di esporre
le persone ad una dimensione di perenne incertezza che, sapientemente cavalcata
dalla destra, ha finito per costituire il mercato elettorale della politica
della paura.
E dunque il “cambiare tutto” vuole dire spesso cambiare le parole d’ordine e le
persone.
Perché il Partito Democratico riesce a volte nel miracolo di apparire
piccolissimo di fronte alle sfide dirompenti da affrontare e mastodontico dal
punto di vista dell’intreccio burocratico che propone.
E invece il mondo va veloce.
Vanno veloci le informazioni.
E pure le paure.
Intendiamoci: non ho bacchette magiche e credo si debba diffidare quando
qualcuno si presenta semplificando troppo e proponendosi come salvatore della
patria – specie quando la patria va proprio ricostruita – e però mi permetto di
suggerire a me stesso, a tutti noi, che partire da alcune questioni
fondamentali può servire.
E serve prima ancora che per una questione di “Consenso” per una questione di
“senso” delle cose che si fanno.
Parlo di temi non difficili da pronunciare: la politica salariale, il valore
del riscatto sociale, il primato del lavoro, la cultura della sostenibilità, la
bellezza del legame tra le persone – proprio nel tempo in cui celebrando il
Muro caduto se ne propongono, di muri, tanti altri – e quindi di scelte da
compiere che non seguano il tracciato consolidato di questi anni di sinistra di
“governo”.
Prendiamo il lavoro. Abbiamo consolidato i processi di precarizzazione, invece
che contrastarli (peraltro si può pure condividere, nel nome delle sacre virtù
del mercato, una direzione simile: basta esserne consapevoli). O ancora:
l’ambiente. La centralità della politica di contrasto alla crisi climatica.
Siamo sicuri di avere avuto le carte in regola? Non credo.
Per concludere: questi devono e possono essere gli anni della rifondazione di
una forza democratica ad alto tasso di europeismo e di internazionalismo, che
nell’era dei sovranisti de noantri, non si accontenti di presentarsi come il
baluardo difensivo, del buonsenso conservativo dell’ordine esistente.
Anche per stimolare un confronto simile stiamo fondando a nella nostra
metropoli Casa Comune. Un laboratorio di innovazione politica e sociale che
vuol avere i piedi ben piantati nelle nostre comunità e uno sguarda che cerchi
di andare ben oltre di esse.
Pierfrancesco Majorino (lavocemetropolitana.it)

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