
Un vecchio adagio ripete che è sempre meglio tardi che mai; e a mio modesto modo di vedere accorgersi tardi, piuttosto che mai, che il ruolo e la funzione del Pd siano pur sempre non solo serviti ma, ancor più, possano essere di grande bisogno e utilità al destino e al futuro del paese non è certo cosa di poco conto. Come dimostrano peraltro i fatti di questi giorni legati ad un possibile accordo in materia di riforma dell’intero sistema politico-istituzionale. Secondo Polito, “ciò che è andato perso sul piano del riformismo, potrebbe essere ancora recuperato sul piano politico”. Si può tuttavia non essere d’accordo sul fatto che ciò non sia anche in parte avvenuto in passato, ma quel che è certo è che nell’attualità il Pd sta cercando con il governo in carica di partecipare senz’altro al processo di riforme necessarie al paese!
Quanto alla questione dell’identità, sono passati ben ventidue anni da quando in Italia venne pubblicato il saggio di Fredric Jameson, dal titolo “Postmodernism, or, The cultural Logic of Late Capitalism” (1984). Nell’opera, con riguardo all’elaborazione di una nuova proposta d’azione politica, l’Autore concludeva: “la nuova arte politica (…) dovrà attenersi alla verità del postmoderno, vale a dire al suo oggetto fondamentale – lo spazio mondiale del capitalismo multinazionale – e contemporaneamente dovrà aprire una breccia su un nuovo modo finora inimmaginabile di rappresentarlo (…). La forma politica del postmoderno, se mai ce ne è una, avrà come sua vocazione l’invenzione e la proiezione di una cartografia cognitiva globale, su scala sociale e spaziale”.
L’insigne cattedratico avvertiva cioè, già allora (!), che non esisteva e non può esistere più oggi per la Politica, quella come si suol dire con la P maiuscola, uno spazio solo sociale e/o anche politico con il quale occorre da sempre confrontarsi al fine della rappresentazione. Lo spazio è diventato molto più esteso, basta pensare nell’attualità al solo potere della finanza internazionale e in generale al valore dell’economia finanziaria in rapporto all’economia produttiva reale (!), ed è per l’appunto l’intero spazio complessivo, che deve essere inteso in senso globale. La situazione reale determina che il modello epistemologico, e quindi anche politico, sia definito principalmente attraverso una rappresentazione della stessa realtà che, più che apparire complicata, è per l’appunto “complessa”, espressione di un “sistema formato dall’equilibrio tra diversi sottosistemi, ognuno dei quali è la risultante funzionale delle specifiche forze che si muovono in un ambiente sociale” (B. Montanari, Cultura del postmoderno e realtà virtuale: l’eclisse del soggetto nella società complessa, 2001).
In definitiva, vale a dire che la sfida originaria del Pd (o, in generale, della sinistra italiana!) può porsi, ancor di più nel presente, non solo nell’ambito di uno spazio globale (europeo, internazionale, e anche mondiale), ma deve intendersi soprattutto in un senso globale, deve essere in grado cioè di rappresentare, oltre il vero e proprio mito dell’identità( cfr. F. Remotti, L’ossessione identitaria, 2010), la complessità della realtà, dando prova di avere acquisito appieno quella capacità riformistica, e non più rivoluzionaria, che è richiesta soprattutto nel presente, di fare sistema.

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