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Il PD e il bello di essere in minoranza

Lo spazio c’è: è europeo, è riformista, fa tesoro delle esperienze di illusioni massimaliste alla Tzipras, che non hanno insegnato nulla a tanti italiani.

di Beppe Facchetti | 16 Aprile 2018

L’errore è stato quello di parlare di “opposizione”, quando non esisteva, e in verità ancora non esiste, un qualcosa di preciso cui opporsi. Più correttamente, il PD avrebbe dovuto parlare di ruolo di minoranza, quella che – in mancanza di una capacità di far coalizione, dopo aver fatto una sciagurata legge elettorale basata sulle coalizioni – hanno voluto i milioni di italiani che gli hanno negato il voto. Gli altri, quel 18/19% che lo ha votato, tutto hanno pensato fuorché l’opposizione.
E’ gente che anzi ha apprezzato le 100 riforme realizzate o impostate in pochi anni, quasi un record, (smantellarle non sarà facile e costerà molto, sicuramente troppo) e hanno ritenuto Renzi ancora il miglior leader possibile. Magari antipatico, un po’ troppo bullo di Rignano, certo, ma ragioni non razionalmente sufficienti a preferirgli bulli impomatati di Pomigliano o bauscia milanesi. E che non fossero elettori del tutto sprovveduti o adoranti, lo dimostra la fatica che si fa oggi per trovare nel PD, o fuori, un leader del riformismo di sinistra. Martina? il prodotto del laboratorio PCI, giovane ma che ha già avuto il tempo di essere gregario di Bersani, Veltroni, persino di Franceschini e dello stesso Renzi (in genere le segreterie cadono tutte insieme; l’unica  a dannare il segretario e salvare il vice fu quella di Occhetto, con vice D’Alema, non un bel precedente…).

Elettori insomma che hanno in testa un progetto ma, nell’Italia rancorosa di oggi, pensano anche che essere minoranza può persino essere motivo di vanto, se la maggioranza ha come riferimenti – a seconda dei gusti – un Pantheon di contemporanei che va da Trump, il caso migliore figuriamoci, a Orban, dalla Le Pen a Farage. Per non dire del vero riferimento che tanti hanno pericolosamente in mente, nel nostro Paese, quel Putin che non ha bisogno di tante consultazioni quirinalizie per comandare. Uno che i problemi dell’opposizione li risolve prima del voto, con un po’ di galera a chi non è d’accordo, uno con la memoria lunga, non come quei buonisti che abbiamo in Italia, uno che i nemici li riconosce e li gasa anche nelle pizzerie inglesi. Un buon amico del dittatore siriano, uno che riesce a dialogare con un Erdogan nel bene come nel male, accomunato da una certa istintiva diffidenza guarda caso verso le minoranze, ancorchè nazionali.

Stare in compagnia della Merkel e di Macron non è certamente comodo, in particolare con i tedeschi, sempre lì a chiedere severità e austerità (ma guardate che con gli olandesi, i finlandesi e gli altri del Nord è anche peggio…), e il francese sarà anche un liberale moderno, ma è innanzitutto un francese, Bardonecchia e Ventimiglia ne sanno qualcosa, ma ci sarà pure una bella differenza rispetto agli ungheresi, i polacchi e anche rispetto al ragazzo di Vienna che si nutre di passato…

Se poi gli intellettuali, sempre alla ricerca della foglia di fico, la smetteranno di sperare che il PD fornisca alibi alle loro tentazioni di potere, e la sorte consentirà al Partito democratico di essere la sola vera minoranza post elezioni, pensate un po’ che belle praterie… Uno spazio di lavoro alternativo, di suggerimento, di critica costruttiva, prendendo per sé il futuro anziché le paure, le chiusure, il boomerang dei dazi e dei sovranismi.

Proprio Macron, nel più nazionalistico dei Paesi europei, ha fatto suonare l’Inno alla gioia prima della Marsigliese e, con il 26% – una percentuale bersaniana – ha vinto alla grande.

Lo spazio c’è: è europeo, è riformista, fa tesoro delle esperienze di illusioni massimaliste alla Tzipras, che non hanno insegnato nulla a tanti italiani, può salvare il salvabile nel momento (speriamo prima del momento) in cui ci sarà chi porterà l’Italia sull’orlo della bancarotta.

Dire di no oggi a questi disastri annunciati non è Aventino, anche se forse bisognerebbe finirla con l’afonia post elettorale, cominciare a spiegare che il PD non è morto. O facendone uno nuovo che superi quello vecchio non perché sbagliato, ma perché insufficiente. E’ una situazione gestibile, e reversibile in positivo.  Le elezioni non hanno dato solo lezioni negative. La sorte di LeU è lì ad ammonire che la direzione da prendere è proprio quella opposta. Le sconfitte peggiori sono quelle che ti fanno tornare indietro.

Beppe Facchetti

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, bersani, dittatore, elezioni, franceschini, futuro, italia, lavoro, legge elettorale, merkel, paesi europei, partito democratico, pd, putin, renzi, riforme, riformismo, tesoro, veltroni

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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