Se ci sono elementi positivi nelle proposte di riforme costituzionali, quelle sulla legge elettorale sono un pasticcio per mettere al riparo i due maggiori partiti dalle proprie difficoltà interne e da un peso politico eccessivo degli alleati.

Tra esse il Partito Socialista. Il confronto è solo ai primi passi, ma fin da ora, come ha evidenziato Riccardo Nencini al termine di uno degli incontri, si possono sottolineare alcuni elementi positivi e molte perplessità.
Giudichiamo positivamente la volontà di procedere in tempi rapidi ad una riforma costituzionale che snellisca e renda più efficienti le assemblee parlamentari, riducendo il numero dei componenti e inserendo l’istituto della sfiducia costruttiva al fine di rendere maggiormente stabile l’assetto di governo.
Riteniamo allo stesso tempo utile, anzi non più procrastinabile, procedere ad una regolamentazione severa della organizzazione della vita interna dei partiti, che li renda totalmente trasparenti, dando piena attuazione al dettato dell’articolo 49 dell’attuale testo costituzionale.
Molto meno convincenti, o per meglio dire assolutamente preoccupanti, appaiono le anticipazioni, per la verità abbastanza confuse, fornite in merito alla legge elettorale ipotizzata da PD e PDL. Si tratterebbe di un mix tra sistema uninominale per collegi, sistema proporzionale a liste bloccate e diritto di tribuna per i piccoli partiti.
Un vero e proprio pasticcio che non pare avere alcuna comprensibile ratio, se non quella di mettere al riparo i due maggiori partiti dalle proprie difficoltà interne e da un peso politico eccessivo degli alleati.
Il chiaro rischio è che il dibattito sulle riforme costituzionali serva solo a creare una spessa cortina fumogena che renda possibile partorire nuove leggi elettorali-porcata.
Per questo il PSI ha ribadito e continuerà a ribadire le sue posizioni con grande chiarezza: nella realtà concreta del nostro Paese l’unico sistema in grado di ridare ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti è quella di restituire loro il voto di preferenza. Così come già avviene praticamente in tutti gli altri livelli istituzionali: comuni, regioni, Parlamento europeo, senza che nessuno se ne lamenti.
E’ questo il tema dirimente, la prova del nove della volontà di passare realmente dal Parlamento dei nominati a quello degli eletti.
Sul resto la discussione è aperta, le nostre leggi elettorali attualmente vigenti offrono diversi modelli per conciliare la rappresentatività delle assemblee elettive con le esigenze di stabilità e di governabilità senza dover ricorrere surrettiziamente a modelli esteri, perlopiù miscelandoli senza alcun altro criterio che non sia l’interesse di parte.
Di tutto questo si può e si deve discutere, ma nella chiarezza e nella trasparenza.

Lascia un commento