
Nonostante l’informazione sempre più apocalittica e ansiosa tenti di farci cinici e scanzonati, da cui la convinzione tapina che criticare comunque sia segno di libertà, il nostro presente è una vecchia cocotte mantenuta da un futuro magnaccia e cravattaro a cui essa si dà nelle pose e nei pensieri più osceni purché il futuro continui a pagargli i favori. Il presente vive in un tale stato di soggezione e ingenuità nei confronti del futuro da impedire qualsiasi pensiero critico e quindi il futuro stesso. A questo stallo non supplisce alcuna velleità di cambiamento, alcuna proposta riformista per il semplice fatto che l’ingenuità nei confronti del futuro trova spazio e radici nell’ingenuità endemica del nostro tempo che è l’ingenuità diffusa del parvenu, al punto che la sua immagine descrive bene lo stato psichico e sociale collettivo del nuovo millennio. Il parvenu è il registro nascosto in ciascuno di noi, e non tanto per il denaro che grazie alla speculazione arruola tra i parvenu masse crescenti di neomilionari dopo la vendita fortunata di qualche mattone o titolo, oppure blasonate famiglie d’alta aristocrazia o nobiltà, che girando la faccia s’arrabattano all’arricchimento veloce, per cui Savoia o Opel, Asburgo o Agnelli non sono meno parvenu dei Ricucci e dei Briatore o degli euroceti con prebende astronomiche. Ma a renderci parvenu forzati oltre la scalata economica è ora soprattutto la tecnologia e quella della comunicazione in particolare, stillata nel quotidiano attraverso meccanismi accreditati come insostituibili mezzi di conoscenza sia per l’uso individuale, sia per la loro onnipotenza salvifica che ci lascia a bocca aperta e asciutta. È questo il risvolto che segnala come brutto sintomo il ricorso a cinismi e spiritosaggini permanenti, anche se presto perdonati dall’ingenuità e dall’accettazione, in poche parole dalla sottomissione. Come parvenu incantati viviamo sottomessi in un presente sottomesso dove antiche e defunte parole d’ordine ottocentesche camuffano iniquità d’ogni tipo ma ancora nell’illusione di saperle emendare, dando a intendere la vigilanza di un’intelligenza critica che invece latita e niente sorveglia e vaglia. Il parvenu asservito alle sue conquiste comunicative è disposto a tutto, qualsiasi simulacro del nuovo artificiale gabellato per futuro lo accalappia e lo avvita in un’ingenuità infinita preludio della sua infinita sottomissione e impotenza. Ingenuo fino alla più stupida furbizia egli vede con piacere i tentacoli della comunicazione innervati in ogni campo, certo che gli apriranno nuove possibilità e con altrettanta fede corre su internet convinto di possedere lo scibile umano. Se l’onnipotenza della rete lo preoccupa il parvenu ne predica subito il rimedio moralistico, la responsabilità della persona libera di scegliere e decidere, vale a dire un imperativo etico così fumoso e infarcito di distinguo da renderlo obsoleto. Perché a dettare l’agenda del parvenu è sempre l’ingenuità e l’avidità che le cova dentro tutt’altro che ingenua, la stessa avidità in cui razzola l’idea mortifera del futuro, il bel panorama che ci acquieta perché non ci viviamo. La tecnologia della comunicazione obbliga l’ingenuità del parvenu a buttare la maschera, non stanno passioni e idealismi che possano salvarlo, in cultura, politica, arte, nella ricerca, nell’amministrazione dell’ente, nel disbrigo delle pratiche erotiche e spirituali, della scienza e della tecnoteologia ora tanto in voga, dai sogli più alti ai più bassi il parvenu paga lo scotto del proprio pettegolare ossessivo col futuro, esserne sottomesso perché ne subisce l’amputazione, lui che di futuro vivrebbe. Ma dopo essersi garantite le spalle degradando il passato a erudizione, l’amputazione incurabile del futuro amputa il parvenu anche del presente e lo rattrappisce nell’attualità. La quale esiste negando il tempo e come il lupo della favola veste i panni della buona nonnina per sottomettere e papparsi altri milioni di parvenu felici d’aver conquistato ciò che non c’è.

Caro Marzio,
Mi sembra un misto tra Alberoni e il Rap questo articolo e temo che con queste semplificazioni lessicali, non si possa costruire ma solo confondere i concetti.
Sicuramente a me piace spettegolare con il futuro, ma questo richiede un entanglement che l’uso di vocaboli non ben definiti trasforma in confusione.
Quanti antenati Crociati, Principi, o Borboni consideri necessari per non essere dei parvenu?
Sono dei parvenu gli Antinori e simili con la loro origine Germanica?