
Il nuovo Papa è forse il primo Pontefice la cui elezione, come avveniva ai tempi della proverbiale disfida di potere fra Francia e Spagna tra 1500 e 1700, è prodotto dagli equilibri geopolitici: sarebbe servito alla causa della pace un nuovo Wojtyla, dunque un papa dell’est o ucraino o russo o un papa cinese, come lo è in origine il cardinale Tagler.
Il pontificato di Prevost inizia con l’enigma sul metodo della sua scelta da parte dei cardinali: si è parlato di una riunione segreta dei cardinali esponenti anglosassoni cattolici che avrebbero scelto un Papa americano ma dopo il conclave è emerso che il nuovo Papa era con Tagler un successore auspicato da Bergoglio.
Di fatto l’unico elemento di continuità al momento fra Papato sudamericano di Francesco e NordAmericano di Prevost rimane la diplomazia Vaticana della Segreteria di Stato di Parolin, il cardinale bocciato dal Conclave come nuovo Papa.
I dossiers sul tavolo del Segretario di Stato sono tanti e molti appaiono indistricabili come quelli di Gaza dove nella sfida fra islamici e ebraici, il Vaticano Cristiano potrebbe attuare una mediazione al momento impraticabile; dell’Ucraina ove dopo tre anni dall’esordio del conflitto nessun Papa ancora è andato a Kiev; della Cina dove mancata l’elezione del cardinale di origine filippino cinese Tagler, rimane aperta la questione cinese fra Vaticano e Cina, sulla nomina dei Vescovi, solo parzialmente risolta, a suo tempo, con la trattativa attuata dal cardinale Parolin; e ancora rimane aperta la questione irrisolta delle persecuzioni ai Cristiani in varie ragioni del mondo e delle limitazioni al culto; rimangono infine aperte le sfide ai Cristiani di dittatori come il dittatore Coreano Kim. Rimane aperta la questione della scristianizzazione dell’Europa, della crisi della religione Cristiana di fronte all’avanzare tumultuoso di Islamici radicali e induisti radicali e di varie sette e pseudo religioni nel mondo.
Geopoliticamente cambia il ruolo del Vaticano col nuovo Papa : il primo Pontefice Americano va a infrangere un tabú secolare verso la elezione di un nordamericano, viene da un Paese a maggioranza protestante, è considerato anti trumpiano, sia da Bannon ex ideologo di Trump sia dall’entourage di Trump, viene Prevost dalla città di Obama e dalla banlieu di Chicago.
È a mio modo di vedere più che il primo papa americano, il secondo Papa sudamericano e peruviano, tanto che tra i suoi viaggi apostolici non mancherà di privilegiare l’amato Perù ove ha operato per tanti anni e la sua patria di Chicago.
Lo considero un Papa francese, per dirla tutta, perché ha origini francesi, viene dalla famiglia francese e francofona Prevost, ha un metodo, una cultura e una tempra e una postura palesemente francesi.
Dunque se Macron ha mancato il suo goal di favorire de gaullianamente la elezione di un Papa francese, lo ha in realtà ottenuto, indirettamente, mediante un pontefice americano ma che è un francese in America, un valore aggiunto questo del Papa di origine francese che la Francia non deve trascurare.
Non ho dubbi che Parigi e la Francia saranno presto meta di viaggi apostolici di Prevost e che il dialogo con la Francia e con i suoi vertici del Papa sarà molto migliore di quello con i vertici isolazionisti e integralisti protestanti americani.
In un momento di declino e crisi dell’Europa questo Papa di oltre Oceano si rivela più europeo di tanti aspiranti europeisti e soprattutto più consapevole del destino problematico e potenzialmente tragico del continente europeo.
Inoltre Papa Prevost,non dimentichiamolo, è un teologo agostiniano e Agostino nel De Civitate Dei ha prefigurato un mondo ideale e idealizzato che va ben oltre la prospettiva di guerra e di guerre che attraversa tristemente il mondo attuale. Il ruolo geopolitico Vaticano cambia, dunque, nettamente perché, con un Onu debole che non riesce a risolvere o gestire le crisi internazionali e con una Europa debole e inconsistente, unici elementi in grado di mediare e di favorire la pace in vari contesti: Ucraina Russia, Cina Usa, Iran Israele, Palestina Israele, India Pakistan, e in altre crisi collaterali e minori, rimangono paradossalmente gli Emirati e i Paesi Arabi, la Turchia neototalitaria e neoislamista di Erdogan, la Svizzera e il Vaticano, che altrettanto paradossalmente, dovrebbero fare squadra, fra loro, e con l’Onu, sia nell’offrire sedi per il dialogo di pace, sia nel proporre piani e soluzioni di mediazione; nel contempo si sviluppa la grandeur del piano di pace globale di Trump e della sua America neoimperiale che vuole imitare la Pax Augustea di 2000 anni fa senza riuscirvi. Emerge il ruolo pacificatore, ma con juicio, della Cina, che aspira a una pax cinese, che la veda leader mondiale entro il 2050, emerge il ruolo di aspiranti pacificatori dei Brics e del Brasile, emerge la Russkj Mir la proposta imperiale di pace dei russi, basata secondo il metodo che un tempo fu dei Cesaro Papisti, di suddivisione delle sfere di influenza, in una nuova architettura della sicurezza mondiale multipolare e multilaterale.
In questa complessità il nuovo Papa agostiniano e con una cultura di matematico e filosofo ha il compito di condurre e vincere una difficile partita a scacchi fra pace e guerra, quasi come nel celebre film di Ingmar Bergman, con la partita a scacchi fra il cavaliere e il nomos del destino. Ma ha anche il rischio di rimanere inerme, come Benedetto XV nel 1914 e come Pio XII nel 1939, di fronte a una nuova guerra mondiale, che già è, sia pure a pezzi, così definita, sia da Prevost che da Bergoglio.
Le profezie indicano questo come l’ultimo pontificato, ma potrebbe essere semplicemente quello dell’ultimo Papa monarca, prima di una gestione collegiale, da parte dei cardinali della chiesa, come avveniva al tempo dei 12 Apostoli, 2000 anni fa.
La Storia dirà se Prevost riesce a far vincere la pace sulla guerra, e in definitiva, il bene sul male.
Leonardo Dini

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