Accade a persone di buona volontà e dotate di onestà intellettuale di fermarsi, ogni tanto, a fare un piccolo bilancio della propria esistenza in vita, delle proprie scelte, delle valutazioni fatte in passato e delle eventuali riconsiderazioni di esse alla luce di nuovi accadimenti – accade anche a noi, e di questo vi renderemo conto oggi, consapevoli che l’archivio di questo sito è una immediata fonte di confronto di quanto abbiamo scritto e sostenuto fino ad oggi.
Il giorno stesso della fondazione del Pdl, scrivemmo che quel contenitore nel quale un partito senza basi, come Forza Italia, ed un partito senza memoria, come An, erano stati versati senza altra ragione che un atto di puro cesarismo berlusconiano, era destinato a sfasciarsi nel momento stesso della debacle del leader, così come subito dopo la morte di Alessandro Magno il suo impero fu smembrato tra i suoi generali, litigiosi, arroganti, malati di potere, del tutto incapaci di accordarsi fra loro per mantenere in vita l’unità di un progetto ambizioso che dal suo fondatore era stato concepito con una visione del mondo incline all’onnipotenza. Non era una valutazione difficile da fare, né richiedeva particolare intelligenza, bastava prendere atto con oggettività degli elementi che pure erano di fronte agli occhi di tutti, per cui oggi ci sentiamo semplicemente di confermarla, senza alcun genere di spocchia ma con la volontà di ampliarla alla luce di quanto accaduto negli ultimi mesi, partendo da una considerazione generale. Che la versione italiana del bipolarismo abbia prodotto null’altro che fragilissime coalizioni basate solo sul tentativo di acquisire voti ma del tutto incapaci di condividere un comune progetto di governo, è evidente nelle pessime prove di sé che hanno dato di volta in volta i governi di centrosinistra e di centrodestra che si sono alternati alla guida del paese, tutti implosi sulle divisioni interne, su una perenne litigiosità, su lotte di potere fra fazioni che hanno impietosamente evidenziato tutti i limiti di siffatte compagini. Se da un lato ciò ha contribuito ad accelerare lo sfaldamento di una sinistra del tutto incapace di rinnovarsi, di ripensarsi, di uscire finalmente dal proprio passato e di darsi basi autenticamente riformiste e convincenti per l’elettorato italiano, invece di strangolarsi da sola con le spire letali di un antiberlusconismo becero ed isterico, dall’altro lato ha accentuato sempre più tutti i limiti di una coalizione di centrodestra leaderistica, dove la forza di coesione del capo è andata via via erodendosi – e non poteva essere diversamente – favorendo le smanie di successione degli alleati ed aprendo parallelamente la strada alle manovre dei generali, intenti solo a crearsi sacche di potere personali da gestire non solo come serbatoio elettorale ma soprattutto come terreno di affari ad ampio raggio. Dunque oggi, mentre prendiamo atto delle manovre per un ritorno di Prodi, che comparirà ai suoi come la Madonna pellegrina – scenario: un’antica abbazia, ovviamente – nell’ennesimo rimasticamento di un passato peraltro fallimentare ma pur sempre l’unico in grado di resuscitare echi di vittoria – fallace, brevissima, ma vittoria fu – vorremmo anche ridere, ma come sempre di un riso amarissimo, della sindrome da Alice nel paese delle meraviglie che pare aver colpito il Pdl con una virulenza pari solo alla propria insipienza. Politici di lungo corso, che da sedici anni si vedono ogni giorno e dunque dovrebbero conoscersi benissimo, all’improvviso si guardano con occhi diversi e si scoprono reciprocamente incompatibili, all’interno di un partito spaccato in comitati d’affari impegnati a conquistare ogni centimetro residuo della spartizione del potere economico territoriale, dove nessuno pensa più ciò che ha sostenuto oltre ogni ragionevole evidenza fino all’altro giorno e tutti sono pronti a rinnegare tutto, compresa la memoria di sé. Abbiamo già ampiamente scritto riguardo all’improbabile conversione di Fini che, come cofondatore del Pdl, avrebbe potuto e dovuto esternare i suoi lodevoli rigurgiti liberali al momento della fondazione del partito, invece di fare la fronda interna da Presidente della Camera e giungere a risultati ridicoli come la negazione di una legge che pure porta il suo nome e la sua firma. Oggi assistiamo alla rivolta della Carfagna che da un momento all’altro scopre che il Pdl è in mano agli affaristi, e ne fa i nomi che corrispondono a quelli dei Coordinatori nazionali, come se fino a ieri fosse vissuta in chissà quale mondo parallelo, ed appare persino patetica con quegli occhi perennemente sbarrati ed il suo annuncio di dimissioni che altro non è che il disperato tentativo di riaffermare un suo potere personale, con quell’ossessivo ripetere “ho preso cinquantamila preferenze” – dunque passo all’incasso prima che sia troppo tardi. Di recente, un esponente del suo partito ci ha fatto notare che i nostri appelli al rinnovamento non hanno senso, visto che nella presente legislatura il Pdl ha portato in parlamento quasi tutti esponenti di prima nomina, ma ci sentiamo di rispondere che se i deputati sono tutti scelti per cooptazione, in virtù dell’obbedienza al capo o ai potenti Coordinatori, questi non hanno alcun portato di novità ma stanno lì solo a garantire una conservazione ostinata e retriva dello status quo ante di un potere fin qui conquistato e detenuto con ogni mezzo. Di fronte a questo pullulare di Alici meravigliate ed improvvisamente deste, passate dal sogno alla realtà come se le avessero di colpo paracadutate da Marte sulla terra, ci sembra dunque il momento di riaffermare con voce ancora più alta e convinzione sempre più forte la necessità estrema di un cambiamento che investa prima di tutto le persone: non è più pensabile di procrastinare uno stato di cose che poggia sul servilismo e l’obbedienza, abbiamo bisogno di nuove leve, non compromesse con questo sistema, abbiamo bisogno di un meccanismo di selezione che non sia clientelare ma meritocratico, abbiamo bisogno di sradicare le sacche di potere personale mandando a casa tutti, ma proprio tutti, i capibastone politici, da una parte e dall’altra, ed abbiamo bisogno di farlo velocemente e democraticamente, prima che nel tessuto sociale logorato e pericolosamente angosciato di questo paese possano insinuarsi forze destabilizzanti come abbiamo già vissuto in un passato recente che troppo presto, e colpevolmente, abbiamo voluto dimenticare. Non attendiamo derive violente, facciamo prevalere la ragione ed il bene comune, alla larga dai falsi profeti in cerca di nuove fasulle verginità politiche: cambiamo facce, recuperiamo risorse umane capaci e valide, restituiamo dignità, speranza, spazi a chi ancora crede che una diversa politica sia possibile, non abbiamo altra ragionevole strada davanti a noi ed è nostro dovere esserne consapevoli.
ChiBo

Purtroppo temo che sia possibile che la situazione degeneri. L’invasione a Palazzo Madama, l’aggressione di Fede…….personalmente, a questo punto, mi sento piu’ vicino a Grillo che a Vendola, penso che il tempo del rispetto delle istituzioni sia quasi alla fine, compreso il rispetto o la comprensione per il capo della chiesa cattolica, fermo all’anno 0 e sempre piu’ insopportabile e anacronistico.
Piu’ che il Paese delle Meraviglie, il nostro sta diventando il Paese degli Incubi.