
Ci aspetta un week end di pacifismo, con un Congresso della Lega a Firenze, e una piazza dei 5stelle a Roma, in gara per chi è più arcobaleno e meno guerrafondaio.
Davvero una prospettiva consolante, facendoci sentire tutti più buoni.
Ci verrà spiegato che è “folle” stanziare miliardi, anziché per gli Ospedali, per i cannoni (che poi sono arma sorpassata, oggi ci si difende meglio con i satelliti di Musk). Una correlazione in mala fede, perché sono i cannoni altrui che possono distruggere gli ospedali.
Ci verrà anche detto che abbiamo sbagliato a non cercare la via diplomatica, che tutto poteva finire in pochi giorni di trattativa. In realtà, i pochi giorni erano quelli immaginati da Putin per insediarsi a Kiev, e i tentativi di fermarlo sono stati vanificati dalla lunghezza del tavolone chilometrico del Cremlino.
In realtà, il problema chiave gira da tre anni attorno ad un quesito semplice-semplice: Vladimir Putin si ferma al Donbass, o allunga le sue mire ben oltre (Moldavia, Polonia e via via)?
I suoi amici occidentali, ben rappresentati in questo spensierato fine settimana, credono evidentemente che sia un bluff, e trovano conforto nell’atteggiamento del Presidente USA, che per ora fa la guerra commerciale, visto che quella armata in Ucraina richiede più di 24 ore per chiudersi.
Il punto è che c’è una bella differenza tra bluff e fare sul serio. Putin ha tanti difetti, secondo la Corte dell’Aja è un criminale, ma non si può dire che abbia mai nascosto le sue intenzioni: riacquisizione del ruolo imperiale della Russia zarista e comunista e lotta morale all’Occidente corrotto, che tutela la libertà fino all’indecenza del gay pride, pratica il bilanciamento dei poteri, rispetta gli oppositori, anzichè avvelenarli e ucciderli in Siberia e – orrore – difende lo stato di diritto o almeno tenta di farlo.
C’è lucida logica in tutto questo ed è pur vero che dopo aver mandato al macello quasi un milione di russi non può permettersi di perdere o anche solo pareggiare. Negoziare una pace vera è dura.
Chi lo conosce bene ha idee più chiare. Evgeny Savostianov, ex capo del KGB, scappato dalla Russia perché critico verso l’ex collega, dice in una intervista: “temo che da parte di voi europei non ci sia alcuna percezione del rischio che state correndo. Siete sotto schiaffo di due potenze come la Russia e questi nuovi Usa, che detestano profondamente le vostre basi di valori…Siete circondati”.
Il suggerimento di questo indiscutibile esperto è molto chiaro su ciò che deve fare l’Europa: “assumere lo status di soggetto politico globale, in modo da garantire autonomamente la propria sicurezza”. Non piace a Salvini, ma anche per i dazi è la strada maestra.
Dato che sabato e domenica le invettive più feroci andranno a Ursula von Der Leyen la cui politica di sicurezza è stata votata anche dal PD l’altro giorno a Strasburgo (ma il PD sarà poi nella stessa piazza?), e a Emanuel Macron, l’unico leader europeo che fa politica in materia, tra i bersagli sarebbe coerente inserire anche questo Savostianov che la pensa esattamente nello stesso modo.
Insomma, il problema è il rischio, e sottovalutare una cosa – la difesa comune – che i Padri dell’Europa vedevano necessaria fin dagli anni 50, quando fu affondata da De Gaulle – può essere pericoloso, come dimostrano i sondaggi, che evidenziano una certa neutrale indifferenza. La sera prima dell’invasione i giovani ucraini erano intenti nell’apericena, come i ragazzi milanesi dei Navigli il giorno prima del lockdown del Covid.
L’illusione è forse legata alla lontananza dal teatro di guerra, ma allora sarebbe utile leggere quanto dice il premier volenteroso dell’Australia, Antony Albanese, laburista: “se un grande paese come la Russia è capace di brutalizzare un piccolo paese sovrano come l’Ucraina, questo ha implicazioni per la pace e la sicurezza nel mondo, e noi abbiamo un interesse nazionale nell’essere a fianco di Kiev”.
Ecco il punto: l’interesse nazionale. Se lo comprendono nel Paese dei canguri (e in Nuova Zelanda) e invece fatica ad affermarsi nella piazza pentastellata, a solo 1000 km da Kiev, vuol dire che il nazionalismo populista non ha idea delle priorità della Nazione e del popolo.
Beppe Facchetti

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