È il frutto di una intensa collaborazione fra diverse “specialità”, dal Dipartimento dell’Energia, la Fondazione Nazionale della Scienza e il Pentagono, dopo che era stati consultati anche l’Fbi e la Nasa.

Ma è alla radice che esso rappresenta la più diretta sfida alla supremazia dell’America. Che ha fatto i suoi conti e ha deciso che è necessario e urgente rispondere e riconquistare il primato. Con ambizioni all’altezza della scala del problema, a cominciare con le “dimensioni”. Il nuovo supercomputer dovrà essere in grado di effettuare un miliardo di miliardi di operazioni per secondo, calcolate su una scala che si chiama Exascale ed sarò applicabile in campi diversi quanto la misura dei mutamenti climatici sulla Terra, la ricerca di materiali nuovi e perfino lo “studio del cervello umano”. Per realizzarlo occorrerà però un impegno intenso e soprattutto parecchio tempo. Le previsioni medie parlano di dieci anni e di una “risposta nazionale, uno sforzo strategico e coerente – dice il testo dell’Ordine Esecutivo – del governo federale e dei settori pubblico e privato”. Il compito, si sottolinea, è ancora più ambizioso e arduo di quello che mezzo secolo fa fu avviato per la “corsa alla Luna” con l’Urss. Perché allora c’era già qualcosa di pronto; le tecnologie necessarie per quel “salto spaziale” erano in gran parte note, mentre per le Exascale dovranno essere compiuti importanti progressi già nel settore della ricerca.
Eppure si avverte una certa fretta, che non è solamente dovuta alle dimensioni dell’impegno scientifico ma anche al clima attuale delle relazioni internazionali. Diversi settori della macchina di potere americana esprimono crescente allarme non tanto per una ipotetica “minaccia russa” che anche se ci fosse realmente sarebbe molto locale, regionale, ma per la concorrenza cinese, che invece sta diventando veramente planetaria estendendosi ormai, nel campo economico e dunque anche politico, all’America Latina, all’Africa e, nel settore propriamente militare, concentrandosi sul Pacifico meridionale. Suscita allarme, in particolare, il più recente passo nella contesa per le isole nel mar della Cina meridionale, in particolare per quella che anche il Segretario di Stato Kerry ha definito l’altro giorno, in un incontro a Kuala Lumpur con il collega cinese Wang Yi, la “Grande Muraglia di Sabbia”, un progetto in sé di ingegneria civile ma che potrebbe mutare radicalmente gli equilibri nel Sud-Est Asiatico. La Cina sta “trasformando il mare in terra” rovesciando quantità “potenzialmente illimitate” di sabbia sugli scogli in cui praticamente consistono le isole in suo potere ma rivendicate anche dal Giappone, dalla Malesia, dalle Filippine, dall’Indonesia e dal Vietnam. Gli scogli si amalgamano così, si uniscono, diventano terra, rinforzata da massicce infusioni di cemento, che la rendono utilizzabile per costruire edifici, porti, torri radar e aeroporti, per un totale che hanno “superato i 2mila acri”. Una differenza in più fra questa gara e l’altra. Ieri una corsa alla Luna, oggi la creazione di nuove terre.

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