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Il nuovo commissario e il vecchio ministro alla prova

L’insediamento di Raffaele Fitto a Bruxelles pone l’urgenza di valutare l’attuazione del Pnrr, con ritardi significativi e misure strategiche ancora bloccate. Con 140 miliardi di spesa rendicontata da completare entro il 2026, i risultati sono deludenti: solo il 26% dei fondi è stato utilizzato, e molte riforme cruciali – dalla giustizia alle disuguaglianze – restano inattuate. Le previsioni economiche indicano una crescita debole, ben lontana dagli obiettivi iniziali. Tra scadenze, revisioni e pressioni europee, il Pnrr rischia di essere un’occasione mancata per il rilancio del Paese, che necessita di un’accelerazione immediata per evitare un fallimento epocale.

di Beppe Facchetti | 1 Dicembre 2024
European Parliament from EU, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Ora che Raffaele Fitto è insediato a Bruxelles, è urgente di fare il punto sull’attuazione del Pnrr, perché i conti a prima vista non tornano, e molte cose devono essere chiarite o ancora decise, a cominciare da chi si occuperà di una questione che vale sette volte l’intera legge di bilancio 2025.

Non possiamo permetterci un flop dopo aver preso l’intera fetta di torta da 194 miliardi, moltissimi a debito. Altro che 20 euro in meno del canone tv.

Il politico pugliese è stato giudicato il miglior ministro di questo Governo e la valorizzazione dei suoi trascorsi democristiani, rispetto alla scabrosa mediocrità della classe dirigente meloniana, lo ha aiutato a uscir vivo dalla graticola di Strasburgo.

Ma non sarà facilmente dimenticato il carico critico continentale su questo strano governo italiano di destra andato a zigzag tra il no iniziale alla Von der Leyen e alla sua maggioranza di centrosinistra, e il si finale (senza Lega), con tanto di giuramento filo europeista di FdI, che sull’antieuropeismo anche più ruvido ha campato per anni, dal no euro alla pacchia finita.

Nella sostanza, è indubbiamente riuscita la scommessa di Giorgia Meloni sull’indispensabilità di una presenza italiana qualificata nel vertice europeo, e sulla necessità di evitare una folle distruzione dell’Unione proprio nell’attesa dello scontro con i sovranisti di mezzo mondo.

Ma è difficile pensare che chi ha digerito il rospo politico di una maggioranza allargata senza essere concordata, sia pronto a far sconti a Fitto commissario se non sarà rigoroso sui risultati del Fitto Ministro. 

Dunque, sarà bene che il Pnrr sia presentato in Europa in modo se non impeccabile (è ormai impossibile), quanto meno dignitoso.

Vedremo cosa succederà con la richiesta della prossima tranche di pagamento e con la gran corsa a recuperare il tempo perduto, compreso quello trascorso dal neo Commissario per imparare le lingue.

Non potendo per decenza chiedere rinvii generali, siamo già i primi d’Europa per modifiche ottenute: ben 4, per 27 misure e 45 scadenze, con un crescente affanno a spendere in fretta (e male?), e non impegnandosi davvero nelle operazioni più strategiche. Sono le riforme (che già fanno acqua, vedi giustizia e concorrenza) e soprattutto la questione chiave della riduzione delle disuguaglianze di genere, territoriali e generazionali. Sono temi di grande respiro e proprio per questo oggetto di una misura straordinaria come il Pnrr. Se si sbaglia qui, è finita la logica del Next generation UE. 

Openpolis, l’agenzia indipendente che monitora l’andamento attuativo del Pnrr, segnala che da mesi tutto tace, non è facile accedere ai dati, sapere ad esempio quali e quanti dei ben 262 mila progetti siano davvero in corso di attuazione.

Siamo ancora fermi ai dati del 30 giugno, quando i fondi Pnrr già erogati in due anni erano 51,4 miliardi pari a circa il 26% del totale, per cui ora l’Italia, entro fine 2026, dovrà portare al Commissario Fitto la bellezza di altri 140 miliardi di spesa rendicontata.

Le statistiche disponibili sono impietose, con 26 misure quasi ferme al palo, e tra queste ci sono cose come le politiche attive del lavoro, l’edilizia scolastica, il trasporto rapido di massa, la digitalizzazione ospedaliera, gli asili nido, gli autobus regionali e ci fermiamo perché dovremmo scorrere l’abc dei problemi del Paese.

Speriamo che siano giuste le valutazioni di Bankitalia e Ance che – con loro rilevazioni – parlano di un 20% di più nei progetti reali fatti, ma solo per i decreti attuativi del suo Ministero, al momento della sua promozione europea, Fitto era in ritardo per il 40%, seguito dai settori ambiente e disabilità.

Ma soprattutto c’è una grande prova del nove che fa sospettare che il Pnrr sia un gigante di carte e cioè il fatto che oggettivamente non è riuscito a dare la spinta prevista al Pil.

Le rilevazioni 2024 sono tutte al ribasso, e ora siamo vicino allo 0,7%. Senza Pnrr, saremmo insomma sottozero, peggio messi della Germania e della Francia? E non parliamo del +3,4% della Spagna.

Ci sono settori come la metallurgia al -15%, come la moda a -24%, l’auto a -23%, il tessile a -26%.

L’Italia si sta fermando, è necessario che il Pnrr si metta a correre.

Beppe Facchetti

Pubblicato in : Apertura, EditorialeTag: anni, bruxelles, centrosinistra, classe dirigente, conti, euro, europa, francia, germania, governo, governo italiano, lavoro, lega, massa, meloni, misure, mondo, riforme, spagna, strasburgo

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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