
L’accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita per l’uso civile della tecnologia nucleare non riguarda soltanto la costruzione di centrali elettriche. Dietro i reattori e le forniture americane si sta giocando una partita molto più ampia: il futuro equilibrio del Medio Oriente.
Washington vuole mantenere Riyad dentro il sistema occidentale, evitando che il Regno affidi il proprio programma nucleare alla Cina o alla Russia. L’Arabia Saudita, dal canto suo, vuole trasformarsi da potenza petrolifera in una grande nazione industriale, tecnologica e militare.
Il nucleare civile rientra pienamente nel progetto Vision 2030 di Mohammed bin Salman. Il Regno sta costruendo città, industrie, impianti di desalinizzazione e infrastrutture che richiederanno enormi quantità di energia. Bruciare petrolio e gas per produrre elettricità significa sottrarre risorse preziose alle esportazioni. Il nucleare permetterebbe invece di garantire energia stabile, ridurre i consumi interni di idrocarburi e sostenere la trasformazione economica del Paese.
Sarebbe però ingenuo considerare l’accordo una semplice operazione commerciale. Un programma nucleare crea tecnici, ingegneri, laboratori, industrie e conoscenze strategiche. Non significa possedere automaticamente un’arma atomica, ma consente di avvicinarsi a quella soglia oltre la quale la differenza tra uso civile e militare diventa soprattutto politica.
Ed è qui che entra in gioco l’Iran.
Riyad non accetterà mai che Teheran disponga di capacità avanzate di arricchimento mentre l’Arabia Saudita resta completamente dipendente dall’estero. Il programma civile diventa quindi anche una polizza di assicurazione strategica contro un eventuale Iran nucleare.
Gli Stati Uniti conoscono perfettamente questa ambizione. La scelta è semplice: controllare lo sviluppo saudita attraverso tecnologia americana, ispezioni e regole rigide, oppure lasciare che Riyad si rivolga a fornitori meno esigenti.
In questa partita Israele occupa una posizione centrale.
I rapporti ufficiali tra Israele e Arabia Saudita non esistono ancora, ma da anni i due Paesi mantengono canali riservati e forme di cooperazione indiretta. Intelligence, sicurezza, tecnologie energetiche, sistemi per la desalinizzazione dell’acqua marina, gestione delle risorse idriche, agricoltura avanzata e innovazione industriale sono settori nei quali il dialogo sotterraneo non è certo una novità.
La normalizzazione trasformerebbe quindi una collaborazione già esistente, ma discreta, in un vero sistema regionale. Israele offrirebbe tecnologia, intelligence e capacità militare. L’Arabia Saudita metterebbe sul tavolo capitale, energia, influenza politica e peso religioso. Gli Stati Uniti garantirebbero sicurezza e coordinamento.
Per Israele sarebbe una svolta storica. Il riconoscimento saudita avrebbe un peso immensamente superiore rispetto a quello ottenuto da Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco. Riyad custodisce i principali luoghi santi dell’Islam ed esercita un’influenza decisiva sul mondo arabo e musulmano.
Israele, tuttavia, non può ignorare il rischio rappresentato da un programma nucleare saudita avanzato. Una centrale sottoposta a controlli internazionali è una cosa. La capacità autonoma di arricchire uranio è tutt’altra faccenda.
Concedere troppo a Riyad significherebbe creare un precedente pericoloso. Emirati, Turchia ed Egitto potrebbero chiedere condizioni equivalenti, aprendo la strada a un Medio Oriente composto non necessariamente da potenze nucleari dichiarate, ma da Paesi tecnicamente pronti a diventarlo.
L’accordo può quindi diventare uno strumento di stabilizzazione soltanto imponendo regole molto rigide: niente arricchimento autonomo, controlli internazionali reali, combustibile fornito dall’estero e nessuna zona grigia.
Resta infine il nodo palestinese. Riyad sostiene che la normalizzazione con Israele debba essere accompagnata da un percorso credibile verso uno Stato palestinese. Israele ritiene invece che, nelle condizioni attuali, quella prospettiva possa creare un nuovo pericolo alla propria sicurezza.
Il futuro del Medio Oriente passa da questo incrocio.
Da una parte esiste la possibilità di costruire un’area di cooperazione nella quale Israele fornisca tecnologia e sicurezza, l’Arabia Saudita capitale ed energia, gli Emirati finanza e infrastrutture, mentre gli Stati Uniti mantengano la regia strategica.
Dall’altra rimane il rischio di una corsa nucleare regionale, nella quale ogni Paese cerchi di dotarsi della propria assicurazione contro l’Iran e contro i propri vicini.
Il nucleare saudita non è quindi un semplice progetto energetico. È il banco di prova delle ambizioni di Mohammed bin Salman, della credibilità americana e della capacità di Israele di trasformare anni di cooperazione riservata in una vera integrazione politica con il mondo arabo moderato.
Piero Terracina

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