Da oltre 30 anni, interessi, conformismi e vecchi tabù sono di ostacolo alla crescita del Paese. E’ il muro che Renzi cerca di abbattere, come, prima di lui, Craxi e Berlusconi.
Indipendentemente da come viene giudicata è difficile non guardare con simpatia all’azione che Renzi sta cercando di portare avanti in Italia rompendo vecchie oligarchie, vecchi schemi, vecchi tabù. E’ un’azione confusa e disordinata, spesso nemmeno molto coerente, ma è comunque un’azione tesa a scardinare una gabbia fatta di interessi, conformismi, rendite di posizione, ideologismi che tutti insieme impediscono al Paese di crescere e svilupparsi. Ognuno di questi, singolarmente preso, può avere anche una sua validità ma unito agli altri crea un mix micidiale che ci ha portato, come sistema paese, ad occupare le ultime posizioni nel mondo occidentale. E le prospettive non sono rosee. Abbiamo uno dei debiti pubblici più alti del mondo, un pil che non cresce, una popolazione che invecchia, una percentuale altissima di giovani laureati che vanno a cercare in Europa occasioni di lavoro e di crescita. Siamo, a livello comunitario, dei sorvegliati speciali che almeno due volte l’anno devono dimostrare a Bruxelles di aver fatto bene i propri compiti. Sotto questa sorta di corazza però c’è un paese vivo e vitale che morde il freno. Solo che non riesce ad avere la meglio. La corazza lo frena, ne impedisce lo sviluppo. Alcuni amano dire che la classe politica non è all’altezza della situazione e che la responsabilità di questo stato di cose è tutta sua. E’ vero solo in parte. Perché a ben guardare sono 30 anni che la politica cerca di reagire. Oggi ci prova Renzi, ma prima di lui ci hanno provato Craxi e Berlusconi. Uomini diversi, di diverse parti politiche, ma accomunati dallo stesso disegno: liberare la cappa di piombo che blocca lo sviluppo del Paese. Piaccia o non piaccia c’è un filo rosso che lega la loro azione. Tutti, nonostante le differenze e gli errori indubbiamente commessi, hanno tentano di fare grosso modo le stesse cose e tutti si sono scontrati contro gli stessi avversari che, non a caso, per combatterli hanno usato gli stessi argomenti. Fossimo in Renzi rivendicheremmo con orgoglio questa continuità. In fondo l’ex sindaco di Firenze ha raccolto il loro testimone. Se lo dicesse espressamente convincerebbe anche quella parte di elettorato che ancora lo guarda con sospetto. Quando Craxi entrò per la prima volta a Palazzo Chigi era il 4 agosto del 1983. Sono passati 31 anni. Il muro di Berlino ne è durati solo 28.

Sullo Jobs Act e sull’art.18 si sta giocando una partita impropria benché elevata al rango di chiave di volta della modernizzazione del Paese,del mercato del lavoro in ispecie.Un partita che ha assunto toni estremamente simbolici,da una parte e dall’altra:sino a stravolgere la reale portata della disputa giorno per giorno vieppiù accesa.Ma veramente difettano da noi gli investimenti e quindi l’occupazione per via dell’art.18 anche nella sua più recente formulazione?Purtroppo da ciascuna delle due parti si vuol far passare dimostrativamente dell’altro.Soffiare sul fuoco della controversia significa però compromettere l’ampiezza e la forza del fronte riformista di cui l’Italia ha bisogno.