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Il nodo del lavoro

di Enrico Cisnetto | 5 Febbraio 2012

Dati estremamente allarmanti. Gli italiani lavorano poco e male. Quale potrebbe essere la soluzione? 

Siamo un paese che passa da un’emotività collettiva ad un’altra. Ora è il turno della disoccupazione, tema che abbiamo (ri)scoperto perché l’Istat ci ha comunicato che nel 2011 è aumentata di circa un punto percentuale, arrivando all’8,9%, il tasso più alto dal terzo trimestre 2001. E perché vedere il 31% come quota di disoccupazione giovanile (15-24 anni) non può che suscitare grandissima preoccupazione sia per l’oggi che per il domani. Se poi si guardano altre elaborazioni, l’angoscia aumenta: la Cgil calcola che se si somma il numero dei disoccupati, degli inattivi e dei lavoratori in cig a zero ore si arriva a sfiorare i tre milioni di persone, portando il tasso di disoccupazione tendenziale complessiva all’11,4%, mentre la Cgia di Mestre sostiene che per i giovani va considerato il tasso reale di marginalità dal lavoro (tasso di disoccupazione corretto in ragione dell’incremento degli inattivi, i cosiddetti “sfiduciati”), il quale sarebbe del 38,7% con punte fino al 51% in Campania. Né ci consola l’Europa, perché da un lato fa tremare il dover constatare che nell’intera eurozona i disoccupati non sono mai stati così tanti (10,4%) dal giugno del 1998 – cioè prima dell’introduzione della moneta unica, dato che inevitabilmente alimenta l’idea che l’euro abbia fatto solo male all’economia continentale – e dall’altro fa rabbia vedere che, in controtendenza, i disoccupati tedeschi siano al 6,7%, il minimo degli ultimi vent’anni. Tuttavia, questi sono solo gli ultimi segnali che vengono dal mercato del lavoro. E nemmeno i più significativi. Perché quello che inchioda l’Italia è il suo tasso di occupazione (sul totale della popolazione attiva), che è sceso al 56,9% (era il 61,1% nel 2010 e il 63% nel 2008), distante di ben 14 punti da quello della Germania. Questo significa che su spalle di poco più di 22 milioni di lavoratori pesano quasi altre 40 milioni di persone, con quel che ne consegue in termini economici (minore produttività e dunque bassa competitività del sistema-paese) e sociali.

Ora, il confronto che si è aperto ieri tra governo e parti sociali, finalmente in un clima meno carico di contrapposizioni ideologiche, rende possibile fare un ragionamento pragmatico, non condizionato da inutile emotività. Quindi non facciamo distrarre dal dato relativo alla disoccupazione – l’incremento è fisiologico in una fase recessiva come questa – e concentriamoci sul problema del troppo basso livello di occupazione. Dobbiamo cioè non tanto difendere a tutti i costi i posti di lavoro che ci sono, quanto crearne di nuovi, puntando in 5-10 anni ad arrivare a 40 milioni di occupati. Dobbiamo fare in modo che la produttività sia molto più alta, sia aumentando le ore lavorate pro-capite, sia diminuendo il costo per unità di prodotto. Fare tutto questo, come ho già avuto modo di dire, significa lanciare un grande progetto liberal-keynesiano, nel quale trovino posto tanto i programmi di intervento sulla produttività (mercato del lavoro) e sulla competitività (liberalizzazioni) quanto un piano straordinario di investimenti pubblici e privati (infrastrutture materiali e immateriali, aggressione di settori strategici, formazione di campioni nazionali). Rischia infatti di essere pericolosamente illusorio credere che il decreto liberalizzazioni già fatto, o la riforma che il ministro Fornero intende promuovere (con o senza articolo 18) ci regaleranno non dico la crescita, ma anche solo l’uscita dalla recessione. Ci vuole ben altro. Occorrono, nel breve, almeno altre quattro cose. Primo: un’iniezione di liquidità. Cosa che può dare solo la decisione di mettere subito in pagamento i 70 miliardi di fatture non pagate da parte delle pubbliche amministrazioni. Anche con Bot e Btp, ma si paghino. Secondo: alcune scelte su aziende e settori strategici, con il coraggio di una forte innovazione che inauguri una nuova stagione di politica industriale a difesa degli interessi nazionali. Terzo: investimenti in conto capitale. Il tutto tagliando di sette punti (dal 52% al 45%) la spesa corrente e facendo una manovra sul debito facendo leva sul patrimonio pubblico e privato. Non so quanto faccia in termini di pil, ma certo fa di più delle pur necessarie liberalizzazioni e dell’intervento sul mercato del lavoro, che sono delle pre-condizioni dello sviluppo. Importanti, sia chiaro, cose senza le quali gli investimenti rischiano o di non decollare o di rivelarsi meno produttivi. Ma non sostitutive degli investimenti.

Dunque, si faccia la trattativa e si arrivi alla riforma Fornero. Usando buon senso. Non vorrei passare per cerchiobottista, ma c’è del buono (e meno buono) in molte delle proposte in campo, da quella Ichino a quella Boeri-Nerozzi, dalle cose che dice Damiano a quelle che dice Cazzola. Alla Fornero il compito di fonderle facendo una proposta che comporti sia una revisione del mercato del lavoro – con l’obiettivo di superare la dicotomia tra iper e ipo protetti – che dello stato sociale nel suo insieme, puntando ad un welfare che metta fine alla stagione della cassa integrazione e apra quella del salario minimo (garantito a certe condizioni).

Pubblicato in : Editoriale

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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