Fa discutere il voto negativo della Fiom-Cgil (359.407 iscritti pari al 6,5% dell’intera organizzazione sindacale, il 14% se ci si riferisce solo agli iscritti attivi) all’accordo del 23 luglio su welfare e pensioni. Il via libera venuto a distanza di 24 ore dagli esecutivi unitari di Cgil-Cisl-Uil non cambia la sostanza politica del problema. Il no della più forte e politicizzata delle organizzazioni di categoria pesa come un macigno soprattutto in vista della consultazione sull’intesa che si terrà fra i lavoratori dall’8 al 10 ottobre. Non ci fosse la categoria dei pensionati, che in Cigl pesa per il 53,8% con i suoi quasi 3 milioni di iscritti, l’esito del referendum sarebbe in forse. Ma è indubbio che anche così quella presa di posizione ha il suo peso. Per tre ordini di motivi. Per ragioni interne al sindacato, è la prima volta in assoluto che una categoria vota contro un accordo interconfederale, per le ripercussioni che il pronunciamento potrà avere sulle trattative per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici che già ora procede fra mille difficoltà, ed infine per le ripercussioni all’interno della maggioranza di governo dove Rifondazione e Comunisti italiani, sia pure con accenti diversi, hanno avanzato più di una critica all’intesa del 23 luglio. Il no della Fiom rafforzerà gli oltranzisti ed in sede di discussione parlamentare del provvedimento ci sarà più di un tentativo per apportare cambiamenti anche significativi. Da qui ad ipotizzare una crisi di governo però ce ne corre. Innanzi tutto quando il provvedimento andrà alle Camere ci sarà già stato il voto dei lavoratori che sarà certamente positivo. E’ difficile, per non dire impossibile, che l’ala sinistra della coalizione si assuma la responsabilità di far cadere Prodi su una questione sulla quale la maggioranza del suo elettorato di riferimento si è pronunciata in modo favorevole. Più in generale poi la sinistra non può far cadere il governo. Rifondazione, Comunisti e Verdi sanno benissimo che dopo Prodi ci sono le elezioni e nemmeno un miracolo, al quale fra l’altro loro sono i primi a non credere e non solo per ragioni religiose, potrebbe questa volta far vincere il centrosinistra. Anzi, il risultato elettorale metterebbe in moto un meccanismo per il quale anche in futuro sarebbe molto difficile assistere ad una riedizione di un’alleanza fra Partito democratico e sinistra radicale. Da qui la loro strategia: tirare la corda fino ad un minuto prima che questa si spezzi. L’intento è quello di avere, volta volta, l’equilibrio del governo il più possibile spostato a sinistra. Sul piano generale invece è pacifico per tutti che Prodi sia l’espressione della massima apertura a sinistra oggi possibile. L’ala radicale non lo farà cadere mai. I pericoli Prodi li può correre solo al centro, ma almeno al momento non sembra che da questa parte dello schieramento ci siano gli attributi necessari. Il no della Fiom allora produrrà cambiamenti solo sugli altri fronti, all’interno della Cgil e nelle relazioni fra questa e Cisl e Uil, e, cosa più preoccupante, nelle relazioni industriali con i datori di lavoro in un momento nel quale il sistema paese ha bisogno di recuperare sul terreno della competitività
Giancarlo Magni

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