
Continuiamo a chiamarli immigrati. Ma molti di loro non hanno mai immigrato da nessuna parte. Sono nati in Italia oppure ci sono arrivati quando erano bambini. Hanno frequentato le nostre scuole, parlano il nostro dialetto, tifano le nostre squadre, litigano per gli stessi motivi dei loro coetanei. Molti sono cittadini italiani. Eppure nel dibattito pubblico restano stranieri. Come se esistesse una cittadinanza anagrafica e un’altra, più difficile da conquistare, fatta di diffidenza e sospetto. Tutto cominciò con i loro nonni.
Arrivarono negli anni delle guerre balcaniche, fuggendo da violenze, povertà e distruzione. Poi arrivarono le mogli, i figli, le famiglie. L’Italia accolse migliaia di persone senza avere una vera politica dell’immigrazione: spesso improvvisando, rincorrendo le emergenze, senza immaginare che quei bambini sarebbero diventati gli adulti di oggi.
E oggi eccoli qui. Una parte di quei ragazzi – la più fragile, la più inquieta, la più problematica – riempie le cronache. Stazioni, piazze, centri commerciali. Risse, aggressioni, intimidazioni. Il problema esiste. Negarlo sarebbe irresponsabile. Ma altrettanto irresponsabile è trasformarlo nel racconto di un’intera generazione. Ogni volta che un ragazzo con un cognome straniero sbaglia, sembra che a finire sotto processo siano centinaia di migliaia di altri giovani che con quei fatti non hanno nulla a che vedere. È un meccanismo che conosciamo bene: il singolo diventa la prova, il caso diventa la regola, la paura diventa consenso.
È già successo. Nel 2019 il tema dell’immigrazione contribuì in modo decisivo alla fortuna politica della Lega di Matteo Salvini. Oggi, alla vigilia di una nuova stagione elettorale, quello stesso linguaggio torna a occupare il dibattito pubblico. Cambiano i protagonisti, ma la sceneggiatura resta identica. Quando un Paese attraversa difficoltà economiche e sociali, trovare un nemico è sempre più semplice che risolvere i problemi. Naturalmente il disagio giovanile non è un’invenzione. Esiste. Ma sarebbe un errore leggerlo soltanto attraverso l’origine delle famiglie.
La domanda dovrebbe essere un’altra: perché così tanti adolescenti, italiani e figli dell’immigrazione, crescono senza punti di riferimento autorevoli? Perché abbiamo progressivamente impoverito gli spazi di aggregazione, lasciando che la strada o i social diventassero i principali luoghi di formazione? Perché abbiamo chiesto alle famiglie di fare tutto da sole, salvo poi accusarle quando non ci riescono? La responsabilità non è mai di una sola parte. Chi delinque deve rispondere delle proprie azioni. Le regole esistono proprio per questo. Ma uno Stato che si limita a punire e rinuncia a educare finisce per inseguire le conseguenze senza affrontarne le cause. C’è poi una domanda che la politica continua a evitare. Dopo quante generazioni si smette di essere immigrati? Quando un ragazzo nato o cresciuto in Italia smette di essere “il figlio dello straniero” e diventa semplicemente un italiano? Perché è questo il punto.
Molti dei giovani indicati oggi come un problema non possono essere rimandati “a casa”. Casa è già qui. È il quartiere in cui sono cresciuti, la scuola che hanno frequentato, la lingua con cui hanno imparato a parlare, gli amici con cui hanno condiviso l’infanzia. La storia insegna che l’integrazione non è mai stata un percorso lineare. Richiede tempo, regole, responsabilità e pazienza.
Insegna anche che molti ragazzi difficili diventano adulti responsabili. Continuare a descrivere come straniero chi appartiene ormai alla società italiana significa raccontare un Paese che non esiste più. Forse è arrivato il momento di prendere atto di una realtà semplice: i nonni erano immigrati. I nipoti, nel bene e nel male, sono già l’Italia.
Angelo Santoro

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