Il fatto che gli enti pensionistici pubblici non mettano a disposizione normalmente l’estratto conto previdenziale individuale nasconde la natura almeno parzialmente fiscale della contribuzione pensionistica obbligatoria.

Ancora pochi giorni fa il ministro Giovannini ricordava i complessi problemi tecnici e legali legati all’invio della c.d. busta arancione ossia – più esplicitamente – dell’estratto conto individuale relativo alla previdenza pubblica.
Svariate domande sul tema sono ispirate dal puro buon senso: “come si fa” ad essere contrari ad informare la popolazione su quello che prenderà di pensione? Cosa c’è di così intrigante in questo “mistero”? Come è possibile non riuscire ad inviare in qualche modo questa informazione, dopo diversi anni di buoni tecnici al lavoro?
Altri paesi non la inviano ai futuri pensionati da numerosi anni? Non l’abbiamo chiamata busta arancione in omaggio a qualche esempio scandinavo, che fa sempre politically correct?
Superato il primo stupore per la situazione, tre sono a mio avviso le motivazioni logicamente plausibili:
- lo Stato (e gli enti pubblici preposti) “non vuole” far conoscere ai cittadini l’importo della pensione;
- lo Stato “non può” farlo conoscere;
- la pensione è un dato oggettivamente inconoscibile, perché è funzione di numerose variabili oggettivamente non facili da prevedere.
Insomma, pare un esempio del classico problema skill/will. È di ovvia rilevanza, a mio avviso, comprendere dove la spiegazione giusta si posiziona sulla matrice.
Che le pensione possa far parte del novero degli “arcana imperii” è apparentemente davvero curioso.
Dopotutto è un principio generale che chiunque riceva i nostri soldi debba rendicontarci su quanto rendono, in che cosa il processo di gestione li trasforma nel tempo (una rendita pensionistica, nel nostro caso). Per i soggetti privati, operanti in qualsiasi forma, la normativa è giustamente rigorosa e dettagliata.
Se pensiamo all’imponente redistribuzione, non esplicita ed in qualche misura casuale, che sta dietro il sistema pensionistico pubblico italiano, il fenomeno diventa più comprensibile. Redistribuzione in primis intergenerazionale ma non solo, vista la quantità di norme speciali e privilegi sedimentatesi nel tempo, a favore di questo o quel gruppo. Questa spiegazione – attinente alla volontà di comunicare piuttosto che alla capacità di farlo – a nostro avviso coglie nel segno.
Inoltre, il fatto che gli enti pensionistici pubblici non mettano a disposizione normalmente l’estratto conto previdenziale individuale nasconde la natura almeno parzialmente fiscale della contribuzione pensionistica obbligatoria. Non si viene rendicontati individualmente, così come non passerebbe in testa a nessun governo un rendiconto individuale dei benefici delle imposte pagate.
La voluta mancanza di trasparenza può essere accettata come spiegazione fattuale (è così) ma non certo normativa (dovrebbe andare così). Non credo che lo sosterrebbe nessuno, nel pur variegato e spesso sorprendente panorama politico italiano.
Che esista poi un tema di capacità – sotto forma di knowledge problem – è pure probabile ma la busta arancione è – a ben vedere – proprio l’occasione per risolverlo. Infatti, se i dati a disposizione degli enti previdenziali sono sbagliati e carenti, delle due l’una:
- saranno corretti al momento dell’erogazione della pensione, creando un improvviso dramma da aspettative disattese, se la correzione è al ribasso;
- oppure vengono corretti progressivamente e, per farlo, l’unico modo è comunicare quanto risulta negli archivi degli enti previdenziali, gestendo per tempo la reazione del futuro pensionato.
Da persone del mestiere, non ci sfugge la complessità gestionale del tema ma ci rifiutiamo di credere che, dopo tanti anni, la produzione della busta arancione sia oltre i mezzi tecnici ed operativi degli enti previdenziali, almeno i principali (le capacità informatiche e gestionali dell’INPS sono spesso elogiate).
Il terzo argomento – è un tema di capacità ma non risolvibile – è il più serio, anche se cozza per l’appunto contro esperienze estere più o meno diffuse.
È ovviamente vero che tecnicamente non esiste un valore certo di pensione, dipendendo questo dai dati che concretamente assumeranno variabili aleatorie come il tasso di crescita del PIL, la retribuzione personale e in particolare la durata futura della vita umana.
Non siamo però in una situazione dissimile da molte vicende umane: dove non esistono dati certi, si usano valori attesi esplicitando le ipotesi sottostanti ovvero si crea un certo numero – ridotto e comprensibile – di scenari alternativi (ad esempio centrale, positivo e negativo).
Le odierne tecnologie – ormai standard – possono aiutare non poco in questo, considerato che simulatori di calcolo sono disponibili da anni sul mercato e spesso implementati dagli operatori della previdenza privata.
Esistono infine una serie di argomentazioni “tattiche”, che ogni tanto si affacciano sulla scena del dibattito.
- Il problema del mancato decollo della previdenza privata – a cui la busta arancione è considerata funzionale – è la mancanza di risorse della classe media sempre più povera, non il tema di essere informati.
- La comunicazione della pensione è ansiogena, ci si penserà “ a tempo debito”.
La genesi paternalista di queste due motivazioni è evidente.
La prima ragione evidentemente non coglie nel segno: la comunicazione non aumenta le risorse disponibili ma neanche le diminuisce. Aiuta “i molti”, almeno in valore assoluto, che detengono le risorse ad allocarle opportunamente nel tempo.
La seconda motivazione rientra nel novero delle cose buffe: lasciamoli tranquilli, domani ci penserà qualcuno ( forse i contribuenti?). Dagliarcana imperii all’inganno del Principe, quindi.
Non è un caso che di recente è stato fatto riferimento alla scarsa dimestichezza degli italiani con i numeri, per avvalorare la tesi che l’estratto conto non dovrebbe contenere il valore della pensione attesa (rendendo così il faticoso esercizio della busta arancione l’ennesimo spreco di risorse pubbliche).
Per concludere, redistribuzione opaca delle risorse, natura parafiscale del sistema pensionistico pubblico e paternalismo di corto respiro appaiono valide spiegazioni della mancata nascita dell’estratto conto previdenziale.
Spiegazioni quindi non tecniche ma prettamente politiche. Ed è la politica di conseguenza che ha la responsabilità primaria di portare fino in fondo questo parto pluriennale.

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