
Ci sono giorni in cui una Repubblica si sveglia e scopre che qualcuno ha oltrepassato una linea che non andava nemmeno sfiorata. Giorni in cui non è la cronaca a fare scandalo, ma le parole pronunciate da chi dovrebbe custodire la legalità. Il 22 aprile 2026 è uno di quei giorni!
Alla Camera dei Deputati, durante il Question Time, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha pronunciato una frase che non appartiene alla fisiologia della politica, ma alla sua crisi più profonda: “Se esiste la modica quantità per la droga, non sarà una bestemmia parlare di modestia anche delle cosiddette mazzette”.
In un colpo solo, è stato spostato il confine tra ciò che è tollerabile e ciò che non lo è, e non di un millimetro ma di un abisso.
Lo hanno riportato Il Fatto Quotidiano, The Post Internazionale (TPI), Today.it, Globalist, La Valle dei Templi e Famiglia Cristiana, testate diverse per linea editoriale ma concordi nel ritenere quella frase impossibile da ignorare.
Non è un tecnicismo. Non è un ragionamento astratto. Non è un’iperbole. È un atto politico. È un segnale culturale. È una dichiarazione che pesa sulla credibilità dello Stato più di qualsiasi polemica, perché quando un ministro della Giustizia introduce l’idea che possano esistere tangenti “modeste”, non sta parlando di diritto, ma sta parlando di una soglia di accettabilità. Sta dicendo che la corruzione può essere misurata, pesata, classificata. E questo, in un Paese che ha conosciuto Tangentopoli, Mani Pulite, scandali regionali e nazionali, è un colpo diretto al cuore della democrazia.
Le reazioni politiche sono state immediate: secondo quanto riportato da diverse testate, i parlamentari del Movimento 5 Stelle hanno parlato di “apologia delle modestissime mazzette”, mentre altri deputati hanno chiesto come sia possibile che un ministro della Giustizia utilizzi un linguaggio che sembra ridimensionare la gravità della corruzione.
E mentre l’Europa chiede agli Stati membri di rafforzare gli strumenti contro l’abuso di potere, l’Italia ribadisce che non reintrodurrà il reato di abuso d’ufficio.
Tutto questo in un momento in cui la fiducia dei cittadini nelle istituzioni è già fragile, già incrinata, già messa alla prova da scandali continui.
La corruzione non è mai modesta. Non lo è nell’importo, non lo è nel gesto, non lo è nelle conseguenze. Ogni tangente, anche la più piccola, è un tradimento della collettività. Ogni tangente è un patto segreto contro i cittadini. Ogni tangente è un pezzo di Stato che si sgretola.
E allora la domanda non è più “come è possibile che un ministro dica una cosa simile”, ma “che cosa resta della giustizia quando chi dovrebbe difenderla la riduce a un fatto di quantità”.
Che cosa resta dello Stato quando la corruzione viene trattata come un fenomeno da misurare invece che da combattere.
Che cosa resta della credibilità delle Istituzioni quando il linguaggio stesso del potere sembra voler abituare il Paese all’idea che esistano reati più accettabili di altri.
Questo è il punto: non è solo una frase. È un segnale. È un allarme. È la prova che una linea è stata superata. E quando una linea viene superata, non si può far finta di niente. Non si può minimizzare. Non si può derubricare. Perché ciò che è in gioco non è una polemica politica, ma l’idea stessa di legalità. E questa, a differenza delle “modeste quantità”, non è negoziabile.
Angioletta Massimino

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