
Il Mediterraneo si trasforma ancora in un cimitero a cielo aperto. Quattro stragi in 48 ore. Diciannove corpi sbarcati a Lampedusa, neonati rimasti soli, donne incinte annegate, polmoni bruciati dalle esalazioni di carburante e cuori fermati dal gelo dell’ipotermia.
Almeno 104 persone sono morte in mare negli ultimi tre giorni, secondo l’ONG Sea-Watch.
Non è “fatalità”. È l’esito di una strategia: la dissuasione attraverso la morte. Una politica che Meloni aveva esplicitamente dichiarato di voler fare quando in tv, ormai anni fa, alla domanda se intendesse far morire i migranti in mare rispose “precisamente”, con un cinismo raggelante.
Su questo punto, non certo su altri di rilievo sociale, dobbiamo riconoscere alla Presidente una notevole coerenza nel tempo.
La destra di Meloni e Piantedosi gioca una partita sporca sulla pelle delle persone e sul futuro del Paese. Da un lato, sventola lo spauracchio della “sostituzione etnica” per nutrire la bestia del consenso elettorale, ostacolando i soccorsi e rendendo la cittadinanza un miraggio.
Il decreto 36/2025 ha causato, infatti, un calo delle acquisizioni di cittadinanza italiana (diminuite del 10% in un anno), avendo irrigidito i criteri per ottenerla, reso più difficili i ricongiungimenti familiari e allungato i tempi di permanenza necessari e i requisiti di reddito.
Dall’altro, sempre la stessa destra, deve arrendersi alla realtà dei dati ISTAT: se la popolazione italiana non è crollata nel 2025, lo dobbiamo unicamente ai 296 mila nuovi arrivati che hanno compensato l’emorragia dei nativi.
Siamo di fronte a un paradosso grottesco: il governo firma decreti flussi per quasi mezzo milione di persone perché le imprese gridano aiuto, ma contemporaneamente criminalizza chi arriva via mare e progetta deportazioni in Albania e di lì nei paesi di origine.
Vogliono “braccia” senza diritti, lavoratori invisibili senza identità, in una visione schiavista che calpesta la dignità umana e ignora lo sviluppo del Paese.
Usando un concetto di Marx, si può affermare che il governo sta di fatto gestendo l’immigrazione come un moderno esercito di riserva.
Mantenendo i migranti in una condizione di ricattabilità giuridica (senza cittadinanza, con permessi precari), nel sistema economico italiano viene inserita una massa di lavoratori che non possono protestare e che competono con i lavoratori che hanno regolari contratti, spingendo verso il basso i diritti e i salari di tutti.
È la cinica applicazione della teoria marxiana nel XXI secolo: l’immigrato diventa l’anello debole utile a disciplinare l’intero mercato del lavoro.
Nasce su questa base il tentativo della destra di aggirare l’Articolo 10 della nostra Costituzione. L’idea di spedire un richiedente asilo in un “paese terzo sicuro” (magari a migliaia di chilometri dal suo contesto) non è solo una barbarie logistica, è un attacco ai principi supremi della Carta della Repubblica. Lo ha detto con parole prudenti anche il Presidente della Consulta, Amoroso: l’asilo è un diritto che va garantito nel territorio della Repubblica italiana, non delegato a paesi terzi dietro pagamento di una fiche.
Dove è finita la lezione di Papa Francesco?
Ci riempiamo la bocca di “radici cristiane”, ma abbiamo dimenticato la denuncia di Bergoglio contro la “globalizzazione dell’indifferenza”. Monsignor Perego, Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), ha affermato recentemente che i migranti sono i “nuovi crocifissi”. Inoltre, ha accusato il governo di “navigare nell’indifferenza” mentre i morti in mare sono raddoppiati rispetto all’anno precedente. E ha definito “un’assurdità” la pratica di mandare le navi ONG a sbarcare a 1.000 miglia di distanza, atto che di fatto impedisce nuovi soccorsi.
Ma la risposta del governo della “cristiana” Meloni è il silenzio. Assente anche il Ministro dell’Interno, Piantedosi incapace persino di un gesto di cordoglio, una parola di compassione. Forse, la prima troppo occupata nel tentativo di rimediare lo smacco subito col referendum e il secondo, forse, troppo impegnato in vicende personali.
Di fronte a questa situazione orrenda da ogni punto di vista, morale, giuridico e politico, la sinistra non può limitarsi alla protesta ma deve costruire un’alternativa di sistema.
Occorre una politica imperniata sulla solidarietà universale perché salvare vite non è un reato, è un obbligo morale e giuridico e sull’interesse nazionale perché l’immigrazione non è un’emergenza ma è l’unica terapia disponibile contro l’invecchiamento e il declino economico.
Dobbiamo pretendere canali di ingresso sicuri e legali, fare una legge sulla cittadinanza che riconosca chi già vive e lavora qui, e ricostruire un sistema di soccorso europeo coordinato per salvare le vite in pericolo.
Continuare a finanziare le milizie libiche e gli aguzzini dei lager, bloccando le ONG significa essere complici di una strage che quotidianamente si consuma alle porte di casa nostra.
Basta con la contabilità dei morti. È tempo di tornare umani.
Prima di discutere di leader e di primarie è necessario avere un programma in cui, insieme ad altri temi come il salario, la sanità e l’ambiente, si affrontino anche le questioni dell’immigrazione e della pace, che sono essenziali in quanto toccano principi costituzionali e di civiltà della nostra vita.
Enrico Rossi

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